"Le azioni violente dei No Pass partono nel sottobosco del dark web. Telegram è la vetrina"

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(Photo: Telegram)
(Photo: Telegram)

Si parte dal deep web, nelle stanze oscure di internet, dove è possibile muoversi col volto nascosto: senza un volto, un nome, un’appartenenza. Da qui ci si sposta nelle chat di Telegram, dove la platea è più ampia e viene concessa l’interazione con un numero maggiore di persone. Abbiamo cercato di capire come si muovono sul web le organizzazioni No Pass che in alcuni casi hanno dato vita a proteste uscite dal perimetro di internet, sfociate, a volte, in manifestazioni violente del dissenso. Ci ha aiutato a farlo l’esperta di cyber security Pamela Pace, direttore generale di Obiectivo, advisory company del gruppo Innovery, tra i leader in Italia nella gestione della sicurezza informatica. “Ormai molti strumenti digitali hanno abilitato in maniera estremamente rapida azioni che un tempo richiedevano tempistiche differenti” dice ad Huffpost la dottoressa Pace, “Il web ha stravolto le logiche di interazione tra le persone I sistemi sono sempre più evoluti e rapidi e nella maggior parte dei casi, totalmente fuori controllo. Oggi attraverso Telegram si ha la possibilità di aggirare i controlli di qualsiasi natura. Facebook e simili, in qualche modo censiti da Google, hanno fortemente limitato l’utilizzo della condivisione, soprattutto su alcune tematiche. Hanno una rapidità di mappatura di tematiche che alle volte si sviluppano in maniera facinorosa, e quindi sono in grado di bloccare la diffusione”. Diverso è per le app di messaggistica, che non subiscono controllo. “Su Telegram c’è la possibilità di creare chat di migliaia di persone e permette di scambiare messaggi cifrati, che non si ha la possibilità di leggere se non all’interno di quella chat. Questo diventa chiaramente il contenitore migliore dove scambiarsi informazioni e messaggi che escono dal seminato della legalità e dell’eticità”.

Come si generano queste chat?

Qui si entra in un’altra dinamica ancora, vale a dire la possibilità di accedere a quello che viene chiamato deep o dark web – delle sottocategorie nascoste del web – all’interno dei quali ci sono dei gruppi che permettono lo scambio di informazioni o attività non legali e abilitano a generare servizi più semplici – come quelle su Telegram: dal deep web poi si passa a piattaforme che permettono lo scambio con un numero significativamente più rilevante di persone. C’è un sottobosco che lavora in maniera latente e che poi abilità servizi di consenso come quelli delle chat di Telegram.

Come si accede al deep web?

Bisogna avere un minimo di competenze tecnologiche, utilizzando strumenti che permettono di non essere tracciati, come “tor”, una sorta di Google che permette di accedere al deep web senza che nessuno lo sappia, perché nasconde il tuo indirizzo IP. Su Telegram la platea è più ampia, poiché non serve neanche avere rudimenti spinti di tecnologia: basta avere uno smartphone e messaggiare. Al tempo stesso permettono l’anonimato della conversazione perché protette da un sistema di cifratura.

Banalizzando: c’è una sorta di Facebook del deep web dove nascono queste conversazioni?

Non esattamente, ma concettualmente sì. Immagini delle stanze riservate, di cui bisogna conoscere l’indirizzo per raggiungerle, all’interno delle quali, una volta che si è dentro, mantenendo il totale anonimato (non si sa chi sta parlando e non c’è modo di individuare il luogo fisico in cui si trova lo strumento da cui si sta accedendo), c’è anche la possibilità di affrontare tematiche più o meno lecite. Consideri che sempre in questo mondo è possibile comperare armi, droghe e chi più ne ha più ne metta.

Quindi parliamo di persone che hanno un’alfabetizzazione informatica importante?

Non necessariamente. Questi strumenti ormai sono alla portata di tutti: oggi bastano quattro rudimenti facilmente reperibili tramite tutorial. Anche utenti tecnologicamente grezzi possono comunque accedere, pur non avendo una competenza così spinta.

Per il deep web bisogna scavare per scovare. Su Telegram è tutto abbastanza visibile: non c’è la volontà di coprire questo illecito, non c’è timore di essere notati dalle forze dell’ordine?

Bisogna fare un grosso distinguo. Non bisogna confondere la manifestazione di un dissenso come una forma di illecito, chiaramente questo non è. All’interno di una comunità di 43mila persone (quella di “Basta dittatura”, il canale Telegram oscurato, da cui sono partite minacce a giornalisti, politici e medici, ndr) probabilmente ci sarà un sotto numero che incita ad azione violente, ma la maggior parte di queste persone cercano semplicemente un posto dove potersi confrontare. Le tecnologie sono uno strumento. Poi come le si usa e il risultato che si ottiene è figlio di chi li utilizza. Drammaticamente sta passando il concetto che ogni categoria No Vax sia facinorosa e fascista, proprio a causa di queste chat.

Certamente. Però per quanto riguarda le chat dove vengono venduti i Green Pass è abbastanza chiaro che parliamo di qualcosa di illegale. Anche in questo caso è tutto molto visibile, bastano pochi clic per acquistarli.

Bisogna capire innanzitutto se si tratta di truffe, cosa che spesso accade. Punto secondo: oggi non c’è una normativa internazionale che permetta con facilità di intraprendere azioni, se non oscurare in alcuni casi, la pagina. Il canale “Basta dittatura” è stato chiuso da Telegram sotto pressione, perché ha ritenuto fossero state violate le condizioni di utilizzo della community, ma la Procura di Torino che ne ha chiesto il sequestro ha bisogno di una rogatoria internazionale, perché chissà dove sono questi sistemi fisicamente locati. Non è così banale intercettare la provenienza: dove sono, da chi sono accessibili, come sono gestiti. Anche dal punto di vista del “Segui il denaro”, che potrebbe essere più intuitiva da fare, abbiamo un altro problema: oggi si paga in bitcoin. E anche questi sono praticamente irrintracciabili. Quindi la sfacciataggine con cui ci si trova a rapportarsi spesso con queste piattaforme è figlia di una difficoltà da un lato di rintracciare i sistemi, dall’altro – pur avendo capito dove sono – la difficoltà di intraprendere azioni che possono bloccare le iniziative.

In questi gruppi, che sono tanti, gli slogan sono sempre gli stessi: “Basta dittatura sanitaria”, per citarne uno. Questa comunanza è dovuta al fatto che c’è un’unica organizzazione che li comprende tutti o parliamo di cani sciolti e di piccoli gruppi che vanno a creare varie realtà virtuali?

Onestamente non ho risposta. Probabilmente è un mix delle due cose. Non ho fatto una mappatura di queste realtà, è possibile che siano frutto di entrambe le iniziative. Iniziative che alle volte partono con una finalità di dimostrare un dissenso e che in alcuni casi, per colpa di pochi, si trasformano in altro. Io ho tanta paura ad affrontare questo tema, sa perché?

Mi dica.

C’è un doppio errore in cui è facile inciampare. Il primo: non bisogna stigmatizzare le tecnologie. Sono uno strumento, l’utilizzo di cui se ne fa è spesso estremamente positivo. Oggi la possibilità di organizzare i vaccini, di controllare il Green Pass con una facilità incredibile è merito delle tecnologie. Secondo: ci siamo trovati ad affrontare con una rapidità straordinaria un cambiamento epocale. Con un clic accediamo a un mondo, ma questa facilità non è stata accompagnata da una vera e propria maturazione sociale. Ci siamo trovati da un prima a un dopo, con una tale velocità, che probabilmente non abbiamo avuto il tempo di maturare bene come funzionassero. Oggi ci troviamo con delle macchine potentissime che probabilmente non sappiamo né di avere né come guidare. Non esiste quindi una vera regolamentazione che ha incanalato con regole e con principi l’utilizzo di determinati strumenti. Questo ci mette in difficoltà nella gestione e alle volte si prendono delle derive poco etiche e legali. Ma è sbagliato creare dei tribunali privati.

Parliamo di un altro strumento dei No Vax/No Pass: il boicottaggio delle pagine web. Citiamo due casi esplicativi. Un ristorante in Sicilia, che si era dichiarato covid-free, ha visto la sua pagina su Google affossata di recensioni negative: un danno per il locale. La pagina Facebook della Asl Toscana Sud Est è stata mandata in tilt da migliaia di messaggi no vax.

Anche qui probabilmente le azioni nascono nelle chat. Ma tutto sommato è la manifestazione pacifica di un dissenso. Consideri che i ristoranti su Google comprano facilmente anche consensi per far accrescere la loro valutazione.

Un’ultima domanda: queste possiamo ritenerle manifestazioni pacifiche, ma quali possono essere gli sviluppi futuri? Perché di azioni importanti già ce ne sono state. Non sappiamo se possono essere ascritte ai No Vax, ma pensiamo ad esempio all’hackeraggio del sistema della regione Lazio. Che controllo c’è da parte delle forze dell’ordine e cosa può essere fatto ancora?

Le forze dell’ordine hanno chiaramente una sorveglianza attiva su quelle che sono tutte le comunicazioni digitali, sia quelli visibili, sia quelle del sommerso. Siamo in una situazione in cui è però molto difficile tenere tutto sotto controllo, nonostante l’utilizzo di tecnologie che permettono a monte di intercettare e bloccare alcune azioni prima ancora che si manifestino. Altre per tanti motivi sfuggono. L’eterno gioco di Guardie e Ladri: se ne prendono tanti ma non tutti. Cosa ci dobbiamo aspettare? La situazione non potrà cambiare sensibilmente finché non si decidono alcune regole di base rispetto all’utilizzo di alcuni strumenti. E qui si apre drammaticamente un altro problema, perché le sensibilità internazionali sono molto diverse. In alcune nazioni non esistono chat, perché vietate. Negli Usa la libertà di parola teoricamente invece ha un valore assoluto, e quindi diventa più difficile governare queste azioni. In Europa vale un mix: ora è in discussione un digital service tax che sostanzialmente è un primo canovaccio per regolamentare l’uso delle tecnologie all’interno dell’Unione. Ci sono delle azioni che si stanno mettendo in campo. Ma sono molto difficili da perseguire, per le complessità e la velocità con cui si muove questo mondo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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