Le banche digitali crollano esattamente come le altre. Il caso Celsius

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AGI - “Le banche non sono tue amiche”. Fino a pochi mesi fa, Alex Mashinsky, il fondatore di Celsius, si faceva vedere con questa frase stampata sulla maglietta, diventata lo slogan della sua piattaforma. Eppure Celsius funziona proprio come una banca, solo che usa le monete digitali: le prende in deposito pagano interessi (alti) e le presta. Proprio come una banca, ha una gestione centralizzata che di “cripto" non ha nulla.

Il 13 giugno, ha bloccato i prelievi e ogni altra operazione, proprio come fa una banca insolvente per evitare che la corsa allo sportello prosciughi la sua liquidità. E, proprio come una grande banca, questa decisione ha avuto effetti di sistema, facendo precipitare il valore di bitcoin alla soglia dei 20.000 dollari.

A differenza degli istituti tradizionali, però, Celsius (come i suoi concorrenti) si muove all'interno di una quadro normativo più disinvolto, tanto da non poter escludere – al momento - qualcosa che vada al di là dell'insolvenza. Vedi alla voce “schema Ponzi”.

Cosa fa Celsius

Celsius è una piattaforma che permette di far fruttare le proprie monete digitali senza i patemi delle oscillazioni di prezzo. Per fare un esempio con il mondo finanziario tradizionale: se scambiare criptovalute cercando di comprare al prezzo più basso e vendere a quello più alto somiglia al mercato azionario, quello che fa Celsius si avvicina a un conto deposito.

Solo che gli interessi sono di tutt'altra entità: in alcuni casi (dipende dalla moneta) supera il 18% annuo. I depositi vengono “messi al lavoro” per accelerare i processi di validazione (il cosiddetto staking) o prestati a chi ha bisogno di risorse per operazioni rapide.

Un meccanismo basato su interessi così alti ha però bisogno di alcune basi: un mercato in crescita e la fiducia degli utenti. Chi deposita, infatti, tende a non essere un trader che specula sul breve periodo ma un investitore che conserva le proprie monete perché crede nella loro crescita di medio-lungo periodo. Visto l'andamento del mercato, è chiaro che queste due basi siano crollate. E Celsius, che a differenza di tante altre piattaforme permette ai prestatori di liquidare in ogni momento, senza vincoli, ha deciso di fermare tutto per evitare la corsa allo sportello. Di fatto, vuol dire che non è in grado di sostenere un'ondata di prelievi né di assicurare gli interessi promessi.

Non è chiaro, al momento, il confine tra l'insolvenza e lo schema Ponzi. Cioè una truffa nella quale gli interessi vengono pagati solo grazie ai nuovi depositi e non dalla reale maturazione dell'investimento.

La slavina

Marco Cavicchioli, divulgatore e attento osservatore del mondo cripto, all'inizio di giugno ha notato come Celsius avesse smesso – da maggio – di pubblicare su Twitter i suoi aggiornamenti settimanali su nuovi utenti, risorse depositate e prelevate. Il 7 giugno, la piattaforma affermava di essere operativa “24 ore al giorno, sette giorni su sette”, confermava piena disponibilità di prelievi e assicurava di “avere riserve più che sufficienti” per ripagare gli interessi.

Il 10 giugno, Cel, il token di Celsius che rende più agevoli e remunerative alcune operazioni sulla piattaforma, perde il 20% per i timori legati alla blockchain di Terra. Un anno fa Cel valeva più di 6 dollari. Oggi 30 centesimi. A Bloomberg, la società parlava solo di “inverno del mercato", confermando la sua sostenibilità nel lungo termine. Passano appena tre giorni e Celsius si ferma per “condizioni di mercato estreme”, spiegando che ogni azione è fatta “nell'interesse della community” e per garantire prelievi e pagamenti in futuro.

Ancora una volta, però, la piattaforma non brilla per trasparenza: per motivi sconosciuti (e senza comunicarlo ufficialmente) ha spostato token di diverse valute (soprattutto wBtc ed ether) per un valore attorno ai 300 milioni di dollari, su Ftx e su altre piattaforme. Per farci cosa? Non è dato sapere: vendere? Mettere a reddito per ottenere rendimenti e recuperare liquidità?

La corsa allo sportello 3.0

L'affare Celsius (con buona pace della presunta decentralizzazione) ha premuto su un mercato già in forte difficoltà. Nel più classico avvitamento tra calo del prezzo, paura e nuovo calo, nella notte tra il 13 e il 14 giugno Bitcoin è sceso sotto i 21.000 dollari, a livelli che non si vedevano dal 2020. Ether è sprofondato a un soffio dai 1000 dollari. Anche Binance, altro gigante del settore, ha sospeso i prelievi.

Nexo, uno dei maggiori concorrenti di Celsius, ha affermato di non avere problemi di liquidità e ha presentato un'offerta di acquisizione. La mossa potrebbe anche essere un modo di ottenere a buon mercato gli asset dell'avversario. Ma è soprattutto altro: in un settore fondato sulla promessa di rialzi futuri, è fondamentale placare il panico. Oppure tutto crolla.

Come ha sottolineato Bryce Elder sul Financial Times, “a Nexo conviene presentarsi come la Bank of America, rispetto a Celsius-Merrill Lynch”. Cioè come un istituto capace, come la BoA nel 2008, di acquisire una concorrente vicina alla bancarotta (anche) per generare fiducia in un sistema al collasso. Chissà cosa penserebbe Satoshi Nakamoto, il creatore di Bitcoin, nel vedere l'universo nato dalla sua idea punk accostato alla più grande crisi bancaria della storia.

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