Le buone intenzioni di Xi sul clima lastricano la strada per l’inferno del Paese più inquinato e inquinatore del mondo

·9 minuto per la lettura
A delegate walks past a climate change poster at the UN Climate Change Conference (COP26) in Glasgow, Scotland, Britain, November 1, 2021. REUTERS/Phil Noble (Photo: PHIL NOBLE via REUTERS)
A delegate walks past a climate change poster at the UN Climate Change Conference (COP26) in Glasgow, Scotland, Britain, November 1, 2021. REUTERS/Phil Noble (Photo: PHIL NOBLE via REUTERS)

C’è un’azienda in Cina che, da sola, emette nell’atmosfera più Co2 di tutto il Canada. Si chiama China Petrolchemical e fa parte del colosso petrolifero statale Sinopec. Questo, e molto altro, lo sanno sicuramente bene Xi Jinping e i suoi burocrati, che muovono le leve del potente Partito unico Comunista Cinese, il PCC. E forse proprio per questo il leader cinese ha “rumorosamente” disertato il G20 appena conclusosi a Roma e diserterà l’assemblea Onu sul clima, la Cop26, che si è aperta oggi a Glasgow in Scozia. Xi Jinping, infatti, non parteciperà neanche alla due giorni sul clima con i capi di Stato ed i protagonisti della lotta per l’ambiente di tutto il Mondo. Al suo posto, secondo quanto trapelato in queste ore, verrà letto un comunicato scritto. Il leader cinese sarà così l’unico Capo di Stato a non intervenire dal vivo, mentre nella giornata odierna, dopo i discorsi degli altri leader mondiali, l’intervento di Xi verrà pubblicato sul sito della Cop26.

La Cina è responsabile, lei sola, del 30% delle emissioni globali di CO2 e brucia più carbone del resto del mondo messo assieme. Secondo un nuovo studio del Rodium Group, un think-thank indipendente impegnato da tempo a capire l’impatto dei rischi climatici, Pechino non soltanto ospita l’industria più inquinante al Mondo – la citata Sinopec – ma da sola inquina più di Usa, India, Russia e Giappone messi assieme. Giovedì, la diplomazia cinese ha fatto pervenire a Glasgow uno stringato documento, che con ogni probabilità verrà ricalcato paro-paro nel comunicato imminente di Xi. Contiene le sue nuove “promesse”: raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030, con la quota di combustibili non fossili che aumenterà “solo” al 25%; raggiungere la neutralità carbonica nel 2060; ridurre le emissioni di CO2 per unità di Pil di oltre il 65% rispetto al livello del 2005 e portare la capacità totale installata di energia eolica e solare a 1,2 miliardi di kilowatt entro il 2030. Obiettivi che - anche qualora Pechino riuscisse effettivamente a raggiungerli, cosa più che dubbia, come si vedrà più avanti – l’osservatorio di Climate Action Tracker ha già descritto come “altamente insufficienti” per raggiungere i punti chiavi fissati dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Negli ultimi tempi è emerso chiaramente come i numerosi pronunciamenti e le varie “promesse” sul clima di Xi Jinping non sono altro che una serie di parole frutto dell’efficiente macchina della propaganda di Pechino, che lavora più che mai a pieno regime – sia internamente che esternamente – per assicurare al Presidente cinese una sicura rielezione per un prossimo e inedito terzo mandato. Le buone intenzioni di Xi, insomma, lastricano la strada per l’inferno del Paese più inquinato e inquinatore del Mondo. Per questo motivo, vista l’assenza del presidente cinese - il cui Paese è al vertice nelle emissioni di Co2 - e senza un impegno reale di Pechino, la Cop26 è già destinata al fallimento, perché sarà ben difficile, se non impossibile, trovare un vero, e realmente efficace, accordo. E a nulla è servito il discorso di apertura di stamattina tenuto dal Principe Carlo, erede al trono inglese e da sempre molto impegnato sul versante della lotta ai cambiamenti climatici, che ha detto tra l’altro “Il mondo deve mettersi in una disposizione di spirito bellica, da ultima spiaggia, di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici che incombono sul pianeta (…) non c’è più tempo da perdere”.

Di tempo la Cina, invece, se ne vuole prendere molto, almeno quanto ritiene necessario per gestire il suo impetuoso sviluppo puntando alla crescita ad ogni costo, anche se questo significa sacrificare la tutela del clima sull’altare dell’economia. Ma soprattutto Pechino è in qualche modo costretta a mettere da parte anche gli ambiziosi – e solo teorici – proclami della propaganda del Partito sulla riduzione dell’anidride carbonica e della dipendenza dai combustibili fossili e soprattutto dal carbone, perché c’è da governare la gravissima crisi energetica che ha colpito da qualche settimana l’immenso Paese. E per far fronte alla carenza di energia elettrica, Pechino emetterà ancora più Co2.

Come riportato anche da queste colonne, per far fronte alla carenza di elettricità, 17 tra province e regioni cinesi hanno annunciato tagli alla produzione industriale, dopo i numerosi blackout che hanno mandato in tilt grandi metropoli nelle regioni del Guangdong, Heilongjiang, Jilin e Liaoning, lasciando al buio e al freddo la gente e fermando le fabbriche. Xi Jinping è dovuto per forza correr ai ripari, ordinando di aumentare del 10 per cento la produzione di carbone, con buona pace delle sue mille promesse: e della Cop26. Solo pochi giorni prima la principale agenzia di pianificazione economica cinese ha chiesto alle tre maggiori province produttrici di carbone del paese - Mongolia interna, Shanxi e Shaanxi - di consegnare 145 milioni di tonnellate di carbone nel quarto trimestre, in modo che “l’uso di sussistenza del carbone” non venga interrotto. Xi aveva recentemente promesso che la Cina smetterà di costruire centrali elettriche a carbone all’estero, anche se esse occupano un posto di rilievo nella sua tanto annunciata Belt and Road Initiative. Eppure, molte nuove centrali a carbone sono ora in costruzione all’interno della stessa Cina.

All’inizio di quest’anno, la Cina aveva annunciato di avere chiuso centinaia di miniere di carbone – o ridotto la produzione in quelle funzionanti – nel mezzo di una spinta nazionale per ridurre le emissioni, voluta appunto fortemente da Xi, e aveva imposto forti restrizioni alle importazioni di carbone dal suo fornitore chiave, l’Australia, a causa dell’aumento delle tensioni politiche tra le due nazioni, soprattutto dovute alla dura posizione pubblica assunta dal governo di Canberra nei confronti dell’origine della pandemia. Come conseguenza, l’offerta di carbone è diminuita drasticamente, anche se la domanda è aumentata a causa della crescita industriale e delle condizioni meteorologiche estreme. Ciò ha portato i prezzi del carbone a livelli record, provocando la diffusa carenza di energia. La marcia indietro – una vera e propria doccia fredda di realpolitik, a spese della trionfante, ma vuota propaganda – alla quale Xi è il Partito sono stati costretti, a quel punto, è stata clamorosa. Il carbone resta infatti la principale fonte di energia della Cina, ampiamente utilizzato per il riscaldamento, la produzione di energia e la produzione di acciaio. L’anno scorso ha rappresentato quasi il 60% del consumo energetico del paese, ed è una delle principali fonti di emissioni di Co2. Quindi niente carbone uguale tutti al freddo e al buio, con le industrie ferme. Niente da fare allora: inquinare ofermarsi, che – per la Cina di Xi Jinping, equivale a morire.

La Cina, dunque, mantiene saldamente il discutibile primo posto come fonte nazionale dell’inquinamento da gas serra che sta causando il cambiamento climatico, rappresentando più di un quarto del totale globale e superando quello del mondo sviluppato. Aggiungendo al danno la beffa, le emissioni della Cina sono ancora in aumento. Ma c’è un’altra ragione, oltre alla necessità di alimentare la sua famelica macchina economica nazionale, per cui la Cina è stata reticente a porre fine alla sua dipendenza dai combustibili fossili: i funzionari cinesi incolpano i paesi sviluppati, e in particolare gli Stati Uniti, per la crisi climatica. Sottolineano ripetutamente che i paesi sviluppati hanno prodotto la maggior parte dell’inquinamento da gas serra che sta guidando il riscaldamento globale e i molti impatti negativi del cambiamento climatico.

I funzionari del PCC, insomma, respingono al mittente senza tanti complimenti l’accusa di essere gli “inquinatori del Pianeta”, e sostengono che i paesi sviluppati dovrebbero “assumersi la responsabilità” per il cambiamento climatico, “prendere l’iniziativa” nella riduzione delle emissioni e fornire maggiori aiuti ai paesi in via di sviluppo. Poiché i paesi sviluppati si sono arricchiti bruciando combustibili fossili, questa la loro tesi, sostengono persino che la Cina “gode ancora il diritto di ricevere fondi” da loro. Una pretesa che rimanda a una delle questioni più controverse e delicate che i protagonisti della Cop26 appena iniziata si trovano nei loro dossier, ovvero il nodo dei fondi che i paesi più ricchi si impegneranno a mettere a disposizione di quelli in via di sviluppo, per aiutarli ad avviarsi sulla via della transizione ecologica. Questi ultimi – la Cina in testa – affermano di avere bisogno di 750 miliardi all’anno in sovvenzioni a fondo perduto. I paesi ricchi sono disposti a mettere sul piatto 100 miliardi, soprattutto sotto forma di prestiti, ma nel 2019 ne sono stati raccolti solo 80 e non molti di più nel 2020.

Ma c’è un argomento che, in effetti, la Cina può richiamare con un certo successo per ricacciare le responsabilità per il cambiamento climatico sulle spalle del mondo occidentale: oltre il 15% delle sue emissioni proviene da fabbriche che producono prodotti per l’esportazione. L’Occidente sviluppato, dunque - questa la tesi cinese - è responsabile delle conseguenze climatiche di tali emissioni, perché appartengono all’Occidente i Paesi che traggono beneficio da quei prodotti. In effetti, per molte comunità, la maggior parte del loro contributo alla crisi climatica deriva dal consumo di prodotti importati o di energia. L’esempio della piccola Hong Kong è particolarmente calzante: le emissioni pro capite di gas serra all’interno del territorio – le cosiddette emissioni di produzione – sono modeste per gli standard dei paesi sviluppati, ma se contiamo le emissioni di tutte le importazioni che gli abitanti di Hong Kong consumano – chiamate appunto emissioni di consumo – il contributo inquinante pro-capite diventa uno dei più alti al mondo.

Un ragionamento, però che si può agevolmente ribaltare: poiché le esportazioni cinesi avvantaggiano senza ombra di dubbio anche i cinesi – in quanto hanno consentito e consentono al Dragone la sua straordinaria ascesa economica - la responsabilità – e la colpa – per le conseguenze ambientali della loro produzione deve essere quanto meno condivisa dalla Cina stessa. L’argomento delle esportazioni, poi, ignora anche il fatto che un quarto delle emissioni cinesi sono il risultato della produzione di cemento e acciaio per autostrade, ponti, linee di treni ad alta velocità, aeroporti, condomini e torri di uffici all’interno del paese, per non parlare delle navi da guerra e di altro materiale militare che difficilmente si può sostenere che avvantaggi il resto del Mondo.

Niente di tutto questo, insomma, significa che la Cina meriti effettivamente l’intera responsabilità per il cambiamento climatico, o anche per la maggior parte di esso. Ma significa che la Cina condivide molte più responsabilità nel causare la crisi climatica di quanto Xi e i suoi vogliano farci credere.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli