Le cento guerriglie interne di un centrodestra senza pensiero

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Saluti al termine dell'incontro tra il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, il leader della Lega, Matteo Salvini e la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, presso la residenza romana di Silvio Berlusconi. Roma, 20 ottobre 2021. Il vertice tra i leader servirà per fare il punto della situazione del centrodestra alla luce del risultato delle elezioni amministrative ANSA/CLAUDIO PERI (Photo: CLAUDIO PERI/ANSA)
Saluti al termine dell'incontro tra il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, il leader della Lega, Matteo Salvini e la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, presso la residenza romana di Silvio Berlusconi. Roma, 20 ottobre 2021. Il vertice tra i leader servirà per fare il punto della situazione del centrodestra alla luce del risultato delle elezioni amministrative ANSA/CLAUDIO PERI (Photo: CLAUDIO PERI/ANSA)

Solo due giorni fa Salvini si “rifiutava” di parlare di nuove restrizioni, ma dopo l’incontro con Zaia, che qualche nuova restrizione la vuole, l’uno (il leader della Lega) evita l’argomento, l’altro (il governatore) chiede la stretta, ma non strettissima, nel senso di lockdown per i no vax. Mentre Fedriga stavolta, che ha i problemi del porto di Trieste e degli impianti sciistici, è più severo sia di Zaia che di Speranza, anche se poi è costretto, nella sua veste di presidente della Conferenza delle Regioni a recepire una linea comune con gli altri governatori, un po’ più morbida ma che comunque chiede restrizioni per i non vaccinati. Per dare l’idea del clima, Claudio Borghi solitamente loquace, chissà se per delusione o perché il leninismo mediatico in salsa verde impone di adeguarsi o tacere, non ha neanche tanta voglia di parlare.

Ne ha invece la Meloni che galoppa sulla prateria dell’insofferenza verso il Green Pass per come è e come sarà con grandissima abilità tattica, perché, leggete bene le dichiarazioni, è vero che picchia duro, soprattutto su Speranza assurto, non da oggi, a punching ball dei cazzotti sovranisti, ma invece sfoggia una certa prudenza nei confronti di Mario Draghi. Il che può apparire solo apparentemente incomprensibile ma, a rifletterci più di tanto non lo è, con un occhio alla partita del Colle, perché, oltre una certa soglia di attacco diventerebbe poi difficile votarlo per il Quirinale. Insomma, da notare la differenza di aggressività nel fare opposizione rispetto ai tempi di Conte e da mettere in relazione alla frase, non proprio una voce del sen fuggita, su Berlusconi al Quirinale, che tanto ha fatto dispiacere il Cavaliere convinto della sincerità del suo appoggio, promesso nel corso dell’ultimo vertice.

Mica male la mossa di Giorgia, proprio nel confronto col leader del Pd: si è smarcata sul Colle da Berlusconi, si è messa al centro dell’interlocuzione col centrosinistra e ha trovato una sponda sul mantenimento di questa legge elettorale, che dà un punto di vantaggio a una coalizione politica che, bastano queste poche righe per dare l’idea, non è più tale. Lei, la Meloni, ha urgenza di segnalare un punto di vista diverso per arrivare al vero obiettivo – il voto – da raggiungere anche attraverso Draghi al Colle, offerta che del resto lanciò pubblicamente, proprio a Letta, all’indomani della debacle amministrativa. Lui, Salvini, non può, almeno non ora, almeno non formalmente, scaricare Berlusconi perché questo gli serve a dare copertura alla sua permanenza al governo, pur covando il desiderio di liberarsi da questa trappola senza fare il Papeete. Gli altri, Forza Italia che al governo è con maggiore convinzione, almeno una parte, sempre per ragioni di legge elettorale, e dunque di sopravvivenza, non hanno lo spazio per porre in essere quel cambio di schema che il solo Renato Brunetta ha esplicitato in termini politici: se cioè si sta con Draghi, con tutto quel che rappresenta, o con Salvini, con tutto quel che rappresenta.

Lei, lui e gli altri, che hanno nella legge elettorale quel cemento unificante che la politica non dà più, sono i protagonisti di una crisi che si rinnova, ai limiti del tafazzismo dopo la sconfitta alle amministrative, su questioni di fondo: dieci sfumature di Green Pass, cinque sull’economia, una recita a soggetto sul Quirinale, da De Gaulle a Berlusconi, tre collocazioni europee, altro set della competizione, tutta italiana, tra Salvini e la Meloni che, anche per questo e non solo perché guida il gruppo dei Conservatori, non vuole fare un gruppo come suggerito dalla Le Pen, idolo di entrambi. Però, e questo non è un dettaglio, dove i nostri eroi governano, in fondo di distinguo se ne vedono pochi, tanto scandalo non viene menato, eppure Fratelli d’Italia è in tutte le giunte che chiedono misure draconiane verso i no vax, senza che nessuno minacci di fare le valigie in nome di quella libertà bandita come un maglio contro Speranza.

Avanti così, l’articolo potrebbe proseguire all’infinito sulle furbizie tattiche quotidiane, le incoerenze politiche, le mal celate divisioni che si nascondono all’interno di ciascun partito. E anche il peso delle constituency, intese come “nord”, in nome dei cui interessi Salvini è stato trascinato al governo. Mettiamo un punto, parziale: la legislatura, percepita non a torto come una lunga attesa dell’arrivo del centrodestra al governo, che nel frattempo vinceva in Abruzzo, Basilicata, Sardegna è diventata una quotidiana fotografia delle sue contraddizioni e della mancanza di un’offerta politica degna di questo nome, registrata anche in ambito locale dalla sconfitta e dall’astensionismo: “Il centrodestra – ci dice Sofia Ventura – non c’è, non regge più come struttura, sta mostrando la totale assenza di pensiero dietro questi partiti, costruiti come la grancassa della retorica populista nella sua forma più banale, amico-nemico, immigrati, eccetera, ma dietro c’è il nulla”.

Più che l’avversario – e la sua capacità di acquisire consenso – ha potuto il nuovo contesto del governo Draghi, europeista, scientista, razionalista, prevedibile stress test per il populismo: “Sull’immigrazione – ci dice Alessandro Campi - si lucrava facilmente, ma ora non serve il poliziotto d’Italia, e occorrerebbe un grande sforzo progettuale che non c’è. Si stanno invece buttando a mare anche i 25 anni precedenti. Con tutti i suoi limiti, il centrodestra è stata la novità della Seconda Repubblica, un blocco socio-elettorale, con una capacità di durare; al di là delle diverse stagioni, - Bossi, Fini, eccetera – è stato un pezzo di Italia reale che Berlusconi è riuscito ad aggregare, rendere visibile, riconoscibile: l’Italia cosiddetta moderata”. L’Italia impaurita e rabbiosa della “grande crisi” ha alimentato il populismo, che ne ha assecondato gli umori peggiori, l’Italia del Covid è il classico interregno dove si verificano i fenomeni più morbosi, come lo è il sostegno parlamentare ad un governo – e che governo - senza che questo diventi una coerente agenda politico-sociale: “La realtà – prosegue Sofia Ventura – che è rilevante, sembra non esserlo nell’ambito di un gigantesco nonsense. I bambini, dice la Meloni, non vanno vaccinati, perché voi li volete vaccinare per far arrivare gli immigrati: questa frase, allucinate, dimostra che manca uno schema alternativo e se si staccano da quello schema non hanno un pensiero”. La legge elettorale però ce l’hanno ancora.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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