Le cliniche degli orrori in Cina

Marco Lupis
·Journalist – Correspondent – Author
·2 minuto per la lettura
a boy in the bedroom (Photo: Blackstation via Getty Images)
a boy in the bedroom (Photo: Blackstation via Getty Images)

“Che posto è questo?”. “Chi è quell’uomo?”

“Lui può curarti”, rispose sua sorella. Poi, insieme al padre, cominciarono a tirare Huang per le braccia, trascinandola a forza fuori dalla macchina, oltre una serie di cancelli di ferro, verso l’uomo che presto avrebbe conosciuto e temuto con il nome di “il vecchio Zhang”.

Huang ricorda con vivida precisione quella prima volta in cui ha camminato lungo lo stretto e buio corridoio della Chongqing Lishi Information Engineering School, uno degli istituti in Cina dove vengono rinchiusi gli adolescenti ai quali viene diagnosticata il disturbo da GID, Gender Identity Disorder, per “correggere la loro omosessualità”. “Passavo di fronte alle stanze e alcuni bambini venivano alle porte” ricorda. “In quel momento ho sentito che erano senza anima, sembravano svuotati”.

Un mese prima Huang (non il suo vero nome, naturalmente) che era nata maschio, si era dichiarata transgender in una lettera scritta a mano alla sua famiglia ed era scappata di casa. Catturata dalla polizia, venne subito portata al dipartimento di psicologia del Southwest Hospital, a Chongqing, dove incontrò il padre e gli parlò della sua decisione di sottoporsi a un intervento chirurgico per il cambio di genere. Un passo enorme, in una società ancora per buona parte chiusa e refrattaria a qualsiasi argomento che abbia a che fare con l’omosessualità e con il mondo transgender LGBT. “Mio padre pensava che esistessero solo due sessi”, racconta Huang, ma credevo di averlo convinto.

Huang si sbagliava, e se ne rese conto quando la riportarono a casa, nel marzo del 2018, a Jiangyin, nella provincia cinese di Jiangsu: “per organizzare la festa di compleanno per i tuoi 17 anni”, le dissero. Ma invece di tagliare la torta, Huang si trovò in un’auto con suo padre, sua sorella e suo cogn...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.