Le consultazioni già tecnicamente fallite

Alessandro De Angelis

È il salto di qualità della crisi più lunga della nostra storia, che ha già superato gli 83 giorni senza governo. Ringhia Matteo Salvini verso il Colle: "Io ho detto, o si parte o basta. Se salta il governo ci sarà una frattura con gli italiani". Il sottinteso, neanche troppo, è che la colpa sarà scagliata contro il capo dello Stato, reo di non aver subito il diktat imposto dai partiti.

Al Quirinale accettare una cosa del genere equivarrebbe certificare che in Italia non c'è più la presidenza della Repubblica: il suo ruolo, le sue funzioni, la sua dignità istituzionale. Perché al capo dello Stato non è stato suggerito di nominare Paolo Savona, pur conoscendo le sue preoccupazioni e perplessità. È accaduto e sta accadendo ben altro. L'arbitro è stato schiaffeggiato, col tono protervo di chi dice "comandiamo noi, tu firmi", con l'atteggiamento padronale di chi se ne infischia delle regole e delle prerogative stabilite dalla Costituzione. Accadrà così, con i due capi, Salvini e Di Maio, che faranno recapitare da Giuseppe Conte la lista a Sergio Mattarella. Dal premier avvocato al premier postino, che salirà al Colle nella giornata di domani, almeno così pare al momento. All'Economia c'è il nome di Paolo Savona, il teorico del piano B, di uscita dall'euro. Irrinunciabile per Salvini, anche se i Cinque Stelle hanno tentato qualche timida mediazione, proponendo di tenerlo nel governo, ma magari in un'altra casella. Quel nome è imprescindibile per la Lega, perché incarna la nuova politica economica sovranista: politiche in deficit, spread alle stelle, fino all'uscita dall'Euro.

È il motivo per cui il capo dello Stato eserciterà le sue prerogative, invitando a indicare un altro nome. Quelle stabilite dalla Costituzione dove c'è scritto che i ministri li nomina il capo dello Stato, su proposta del premier. Significa che quantomeno deve esserci un minimo di condivisione. Neanche Berlusconi arrivò a minacciare il ritorno al voto ululando contro...

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