Le dimissioni di Zingaretti rischiano di far esplodere i rapporti fra le correnti

Paolo Molinari
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AGI - A ventiquattro ore dall'annuncio delle dimissioni, Nicola Zingaretti ritorna sul tema del Partito Democratico, del suo futuro. Lo fa da presidente della Regione Lazio, inaugurando un campetto da calcio a Torre Gaia, estrema periferia est di Roma.

E da presidente di Regione promette di far sentire ancora la sua voce per il partito. Ma indietro non si torna. Tanto è vero che già oggi Zingaretti non ha preso parte alla riunione della segreteria dem, lasciando al vice segretario Andrea Orlando il compito di presiedere il vertice con i segretari regionali.

"La questione non è quella di un mio ripensamento che non c'è e non ci sarà". Una precisazione che nasce dalle tante iniziative messe in campo dai dirigenti dem per fare in modo che il segretario torni sui propri passi, ma anche dagli scenari in campo dopo il post su Facebook che annunciava il passo indietro. Il primo step è arrivato con la comunicazione delle dimissioni alla presidente del partito, Valentina Cuppi.

Ora la palla passa all'assemblea nazionale che può assumere qualsiasi decisione ritenga opportuna, non ultima chiedere a Zingaretti di rimanere. Per farlo, basterà presentare un ordine del giorno e, se il segretario dimissionario lo riterrà convincente, potrebbe tornare sui suoi passi. Al momento, però, non sembra essere questa l'area: "Ora si farà l'assemblea, qualsiasi scelta faranno la rispetterò. È il momento di discutere e di costruire perché ne ha bisogno l'Italia", sottolinea il governatore.

Quello che è certo è che l'uscita di scena di Nicola Zingaretti rischia di far esplodere i rapporti fra le correnti. La gestione unitaria del partito, che ha caratterizzato la segreteria da marzo 2019, ha avuto l'effetto di pacificare gli animi durante il governo Conte II e, forse, complice la gestione dell'emergenza sanitaria. Ma le correnti sono tornate a farsi sentire dopo l'apertura della crisi politica, con le minoranze che hanno attaccato la segreteria prima sulla linea di sostegno al premier Giuseppe Conte, poi sulla scarsa presenza di donne nell'esecutivo, ancora sulla scelta delle sottosegretarie e infine sulle voci - smentite - che attribuivano a Zingaretti la volontà di stringere un accordo con Matteo Salvini per una legge elettorale in chiave maggioritaria.

"Se era maturata l'idea che il problema potessi essere io, ho tolto a tutti questo problema, facendo un passo di lato". I dirigenti di primo piano del Pd, tuttavia, non demordono e portano avanti una sorta di moral suasion nei confronti del segretario dimissionario: da Andrea orlando a dario Franceschini, passando anche per i "critici" come Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci, nel partito è un coro di "ripensaci".

E i campo scendono anche le Sardine che domani occuperanno simbolicamente il Nazareno: "Lanceremo un'occupazione simbolica del Nazareno. Un atto in cui non sfonderemo nessuna porta ma chiederemo di aprire le porte a tutta la società civile che in questo momento avrebbe voglia di essere coinvolta o invitata", dice Mattia Santori. Per le Sardine le dimissioni di Nicola Zingaretti "si possono leggere in tanti modi, ma il punto rimane. Se Piazza Grande e l'allargamento del partito non si è mai realizzato - ragiona il Movimento anti-sovranista - è anche colpa di tanti di noi, che hanno atteso un invito troppo a lungo, che hanno finito per innamorarsi delle proprie etichette esattamente come i dirigenti di partito si innamorano dei loro blocchi di potere".