"Le donne afghane costrette a sottomettersi, saremo noi le loro voci"

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Rahel Saya (Photo: facebook)
Rahel Saya (Photo: facebook)

“Quando ero in Afghanistan ho criticato i talebani. Ed è un miracolo che io sia qui, viva, adesso”. Parla così Rahel Saya, attivista e giornalista afghana che neanche un mese fa ha lasciato il suo Paese per trovare rifugio nel nostro, in Liguria.

Rahel ha appena vent’anni, gli occhi di un azzurro che vira al verde, la pelle ambrata, la bellezza di chi ha fiducia nel futuro. Con la sua voce ferma, in un arabo musicale e gentile, mi spiega quanto sia importante non far calare prima di tutto il silenzio. “La mia voce e la mia storia – rivela - riflettono quella di tante donne e ragazze afghane. Tante sono rimaste lì, e io sono orgogliosa di poter raccontare ciò che mi è accaduto, per dare voce anche a chi adesso non può più parlare”.

Quando dice così sorride, il labbro destro si inclina, un poco di malinconia si distende sul suo volto e per un attimo la confusione che ci circonda sembra placarsi, e lei pare ritornare indietro agli attimi prima della partenza: “Sono stata dodici giorni in attesa di partire. I dodici giorni più lunghi e difficili della mia esistenza. Mi sono sembrati dodici anni. Era un vero inferno. Un limbo da cui ho pensato più volte che non mi sarei salvata. La gente tendeva le mani, supplicava aiuto. Ma non c’era nessuno che avrebbe potuto cambiare le cose”. Per fortuna, però, la mano di Rahel qualcuno l’ha afferrata. E adesso lei è salva. “Grazie al mio attivismo sono stata portata qui, in Italia. Restando a casa avrei rischiato davvero molto, forse sarei già morta”.

Mi tornano in mente le parole di un’altra giornalista mediorientale. È l’iraniana Sepideh Gholian, la cui voce viene adesso restituita dal fondamentale “Diari dal carcere” appena pubblicato da Gaspari, il racconto straziante dal carcere di Sepidar in Iran, dove abusi e umiliazioni sessuali sono la quotidianità. Sepideh Gholian è stata condannata in prima istanza a 18 anni di reclusione per aver pubblicato un reportage giornalistico sulla protesta dei lavoratori di uno zuccherificio, la raffineria di Haft Tappeh, uno tra i più grandi complessi agroindustriali del paese. La sua mano non è stata afferrata da nessuno, e lei è rimasta abbandonata in una cella per aver svolto (bene) il suo lavoro.

Ma Rahel è qui. Ed è viva. Mi sorride mentre si sistema il velo. Intorno a noi la gioiosa inaugurazione, a due passi da Verona, del Training Center Just Academy (dedicato alla formazione delle donne per la vendita nel settore della cosmesi naturale Just) dove è arrivata per sostenere il progetto di Fondazione Just Italia che ha donato 100mila euro per supportare le attività umanitarie di Fondazione Pangea Onlus a favore delle donne del suo Paese. “Questi – continua lei - sono dei progetti vitali, perché in Afghanistan adesso abbiamo bisogno di tutti i tipi di aiuto. Prima, da noi in Afghanistan, c’era il regime dei talebani, che ha distrutto tutte le conquiste precedenti. Poi con il crollo del loro regime abbiamo assistito ad alcune conquiste anche sul piano lavorativo. Con il recente ritorno dei talebani abbiamo perso tutto di nuovo. Sono contenta che l’Occidente non lasci il mio popolo da solo”.

Non posso fare a meno di chiedermi che cosa significhi scappare dalla vita come uno l’ha sempre conosciuta, ed essere obbligati a ricominciare tutto, obbligati a dimenticare il passato. “Non ci sono alternative”, mormora lei. “Adesso le donne non possono uscire da casa da sole. La mia richiesta è quella di non abbandonarle. Di non abbandonarci. Noi che siamo riuscite a scappare dobbiamo essere le loro voci. Ora non posso pensare al passato. Devo concentrarmi sulla mia missione”.

Nell’ultimo anno Rahel Saya ha girato tutto l’Afghanistan per fare documentari e fotografie. “Volevo creare una memoria di quello che stava succedendo. Fermento e bellezza sono le colonne portanti del mio Paese. Ma è rimasto tutto a casa. Non ho portato niente. Sono scappata con solo i vestiti addosso. Come tanti miei connazionali ho dovuto lasciare tutto all’improvviso, ma è stato il mio attivismo a salvarmi. La mia vicenda personale racchiude quella di altre migliaia di donne, che da sempre si sono battute per avere un posto nella società. Penso, e spero, che possa essere una speranza”.

Rahel Saya mi spiega ancora di aver perso i contatti con tutte le sue amiche, e i suoi colleghi: “La mia rete di contatti non esiste più. Ma la cosa che più mi fa male è vedere le donne costrette a coprirsi così. Pensare che per vivere nel nostro Paese devi sottometterti in questo modo è terribile”. Gli occhi le si fanno lucidi, subito dopo però puntualizza: “A me piace portare il velo. È il mio modo di essere. Fa parte di me. Non lo toglierò mai”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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