Le fatiche dei pescatori di Gaza sotto l’embargo di Israele

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Milano, 5 nov. (askanews) – Per i palestinesi che vivono a Gaza, circondata da tre lati dalle recinzioni e dai posti di blocco di Israele, il mare aperto è solo una promessa di libertà non mantenuta.

La marina israeliana controlla tutti i 40 km di costa stabilendo confini precisi anche in mare, con grosse conseguenze per i pescatori che vedono allargare e restringere l’area di pesca a seconda delle misure di sicurezza.

“Ora ci lasciano pescare fino a 15 miglia nautiche ma non abbiamo né le barche né i motori per spingerci così lontano”, lamenta Mohammed al-Nahal, che sulla sua barca ha montato il motore di una macchina perché altro non può permettersi.

I motori più potenti che farebbero arrivare le barche in acque più profonde e pescose non sono permessi da Israele, che sostiene potrebbero essere usati come armi. Il limite di 15 miglia è il più ampio consentito sotto embargo ma fra la benzina troppo costosa e i mezzi scarsi per i pescatori non cambia molto, non possono permettersi di arrivare così lontano.

Così si affollano nel tratto di mare più vicino alla costa, sovrasfruttato, in cui il pesce è sempre meno. Con conseguenze devastanti per loro e per l’economia di una popolazione da oltre un decennio sotto embargo.

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