Le foche di Weddell producono vocalizzazioni ultrasoniche

·2 minuto per la lettura

AGI - Sotto il ghiaccio dell'Antartide, le foche di Weddell, o Leptonychotes weddellii, sono in grado di emettere frequenze sonore non udibili dall'orecchio umano. A rivelarlo uno studio, pubblicato sul Journal of the Acoustical Society of America, condotto dagli esperti dell'Università dell'Oregon, che hanno analizzato i dati raccolti a seguito di due anni di registrazioni sottomarine.

“Abbiamo rilevato nove tipi di vocalizzazioni tonali ultrasoniche che raggiungono i 50 kilohertz (kHz) – afferma Paul Cziko dell'Università dell'Oregon – gli esseri umani in genere possono percepire i suoni compresi tra 20 hertz e 20 kilohertz”. Il team ha iniziato a registrare le emissioni sonore delle foche nel 2017 dopo aver completato l'installazione dell'Osservatorio oceanografico McMurdo.

“Le foche di Weddell – aggiunge l'esperto – sono i mammiferi che si abitano più a Sud del globo. Prosperano sotto il ghiaccio marino del continente antartico. Possono immergersi fino a 600 metri in cerca di prede e rimanere sommerse per 80 minuti”.

Nel 1982, ricorda l'autore, erano stati identificati per la prima volta 34 tipi di vocalizzazioni degli animali a frequenze sonore, e le emissioni erano state associate alle interazioni sociali. “I richiami delle foche di Weddell – commenta l'autore – creano un paesaggio sonoro davvero suggestivo. Sembra di trovarsi in una battaglia spaziale in puro stile Star Wars”.

I ricercatori hanno poi captato dei segnali ultrasonici. “Abbiamo identificato nove tipi di vocalizzazioni – sostiene Lisa Munger, biologa marina che studia l'acustica dei mammiferi marini presso l'Università dell'Oregon, seconda firma dell'articolo – composte da elementi vocali singoli o multipli. Le armoniche o le sfumature, di alcune vocalizzazioni superavano i 200 kHz. È stato davvero sorprendente, ma non siamo ancora in grado di determinare le funzioni di queste emissioni sonore”.

Tra le ipotesi del team, si pensa che le foche producano i suoni per risaltare sul rumore a bassa frequenza, oppure che si tratti di una sorta di sonar biologico di ecolocalizzazione, simile a quella che delfini, balene o pipistrelli utilizzano per muoversi in condizioni di visibilità limitata per evitare ostacoli e individuare le prede.

“Saranno necessari ulteriori studi – conclude Cziko – dovremo scoprire se i suoni vengono prodotti da esemplari particolari e in che modo queste emissioni possono essere utili agli animali nelle acque più profonde”.