Da Hiroshima all'Ucraina, storia della deterrenza nucleare

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AGI - Una guerra atomica non può essere vinta da nessuno, è stato ripetuto più volte nei mesi scorsi di fronte allo spettro di un utilizzo russo di testate tattiche. Il cuore del concetto di deterrenza nucleare sta infatti nella celebre sigla 'MAD', "Mutual Assured Destruction", distruzione reciproca assicurata, "folle" se leggiamo solo le iniziali.

Eppure questa reciprocità non è davvero simmetrica, se si va a esaminare le dottrine nucleari delle due potenze che si affrontarono durante la Guerra Fredda e negli ultimi anni hanno ricominciato a guardarsi sempre più in cagnesco.

Hirosima e Nagasaki furono un monito per Stalin

Si è sostenuto spesso che le bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki fossero state non solo un modo per chiudere subito la partita con Tokyo ma anche un monito per Stalin, alleato divenuto presto avversario.

Allora la superiorità nucleare statunitense era indiscussa e l'arsenale atomico aveva lo scopo di minacciare una rappresaglia massiccia in caso di aggressione sovietica. Ma nel 'Progetto Manhattan' c'era una talpa: il tedesco Klaus Fuchs, ex dissidente comunista diventato un luminare della fisica nel Regno Unito che lo aveva accolto.

Grazie alle dettagliatissime 'soffiate' di Fuchs, la Russia fu in grado di effettuare il suo primo test nucleare il 29 agosto 1949, pochi mesi dopo l'istituzione della Nato. Dieci anni dopo di superiorità nucleare non si sarebbe più parlato: Mosca si era ormai dotata un arsenale consistente e avanzato, in grado di minacciare tutti i membri dell'Alleanza.

Le teorie della controforza e della risposta flessibile

E, nel frattempo, erano entrate nell'esclusivo "club" anche Francia, Gran Bretagna e Cina. Quando, nel 1962, la crisi dei missili cubani portò il mondo mai così vicino all'armageddon radioattivo, la deterrenza ormai era "mutua" e non più unilaterale.

La differenza sta nelle diverse dottrine militari. La Nato è ed è stata più esplicita nell'affermare il carattere difensivo della propria politica nucleare. L'Urss, come la Russia attuale, era maggiormente ambigua e non escludeva di poter colpire per prima e di infliggere al nemico danni tali da rendere difficile una reazione proporzionata.

È allora che gli Stati Uniti elaborarono il concetto di "triade", ovvero la coesistenza di tre diversi sistemi di lancio tra loro indipendenti (bombardieri, missili e sottomarini) in modo da conservare la possibilità di infliggere pesanti danni all'aggressore anche dopo un attacco atomico.

I teorici militari americani si sbizzarrirono con diverse formule: dalla "controforza" al "controbilanciamento", fino alla "risposta flessibile". La 'Mad' restava ma andava calibrata, soprattutto alla luce della rapida evoluzione tecnologica dei vettori, una corsa all'innovazione che aveva costi economici importanti.

L'invasione dell'Afghanistan fa saltare le trattative tra Carter e Breznev

Furono quindi anche considerazioni economiche, e non solo politiche, che portarono nel 1972 alla firma del trattato SALT (Strategic Arms Limitation Talks), con il quale gli allora leader dei due blocchi, Richard Nixon e Leonid Breznev, posero limiti al numero di missili balistici detenuti.

Ciò non impedì a Mosca di raggiungere la "parità nucleare" con Washington a metà degli anni '70 e sviluppare nuovi missili a raggio intermedio, come l'SS-20, in grado di colpire l'Europa occidentale. Il nuovo inquilino della Casa Bianca, Jimmy Carter, avviò le trattative con Breznev per un SALT II ma l'invasione sovietica dell'Afghanistan fece saltare il tavolo.

Il conflitto ebbe per Mosca enormi costi umani ed economici, segnando l'inizio della fine dell'Urss. L'America, nel frattempo, stava vivendo anni di forte crescita economica, che consentirono a Ronald Reagan, eletto alla Casa Bianca nel 1981, di investire enormi risorse nel programma nucleare militare.

Gorbaciov e Regan smantellano parte degli arsenali

Ora sì che la "triade" sembrava quasi invulnerabile. Nei rapporti tra gli Usa e l'Urss sarebbe tornata una schiarita con l'arrivo al Cremlino di Mikhail Gorbaciov, che nel 1986 arrivò a proporre a Reagan lo smantellamento del 50% dei rispettivi arsenali. Un obiettivo forse troppo ambizioso per essere realizzato.

L'Intermediate Nuclear Forces Treaty del 1987 fu comunque un risultato storico. L'eliminazione di un'intera classe di testate segnò la prima volta in cui si tentò non di rallentare la proliferazione ma di ridurre gli armamenti a disposizione. La fine della Guerra Fredda non avrebbe portato alla fine dell'incubo atomico ma all'aumento dei membri del club.

Dopo India e Pakistan (la cui pericolosissima dottrina nucleare preveda che un alto ufficiale possa decidere in autonomia il lancio di bombe tattiche), vi avrebbe fatto ingresso, pur mai ufficialmente, anche Israele.

E nessuno di questi tre Paesi avrebbe mai firmato il Trattato di Non Proliferazione che nel 1995 fu esteso a tempo indeterminato. La palla, nondimeno, restava nel campo di Usa e Russia. Le due grandi potenze nucleari siglarono nel 1991 il primo trattato START (Strategic Arms Reduction Treaty), che poneva limiti al numero e al tipo di testate che si potevano possedere.

Lo START II, due anni dopo, mise al bando i temibili MIRV, sistemi di lancio multiplo in grado di caricare più testate su un unico missile. Sarebbero seguiti il SORT nel 2002 e il New START nel 2010, dopo il quale il crescente peggioramento delle relazioni tra Russia e Usa non consentirono ulteriori progressi, pur auspicati a parole dai leader.

Oggi la Nato ha rispolverato, in modo ancora più netto che in passato, il concetto di "deterrenza". La Russia rimane più sfuggente e non è semplice comprendere cosa intenda Mosca per minaccia "esistenziale" in grado di giustificare il ricorso all'atomica (nel dubbio, gli americani stanno cercando di convincere Zelensky che sarebbe meglio lasciar perdere la Crimea).

I missili intercontinentali di Vladimir Putin

Vladimir Putin ha approfittato del conflitto in Ucraina per mostrare nuovi avanzatissimi missili intercontinentali contro i quali gli Usa potrebbero non disporre ancora di difese adeguate. La domanda è quale sia lo stato dell'arsenale russo, dati i costi elevatissimi della manutenzione.

La performance delle forze di Mosca in Ucraina lascia intendere che qualcosa nella macchina militare russa non funzioni alla perfezione anche in termini di allocazione dei fondi. Quanto sia paritaria l'attuale deterrenza, quanto equilibrata sia oggi la 'Mad' non lo sa nessuno e nessuno vuole scoprirlo.

Di sicuro è molto diversa la disponibilità economica. Il giornalista Glenn Greenwald ha ricordato che gli stanziamenti Usa per il sostegno militare all'Ucraina in nove mesi sono state pari a 91,3 miliardi di dollari, incluso l'ultimo incremento proposto da Biden.

Tale cifra è superiore di un terzo alla spesa militare russa per l'intero anno ed è il doppio della cifra annuale che gli Stati Uniti spendevano in media in Afghanistan. Come ai tempi di Reagan, in tempi difficili Washington fa mostra di una delle armi più letali che ha a disposizione: il portafoglio.