Le infermiere di Wuhan in prima linea contro il demone, tra propaganda e boomerang mediatico

(Photo: Barcroft Media via Getty Images)

Sono sulla “linea di fuoco”. Presidiano il fronte contro il nemico invisibile, il “demone”, come lo ha definito il presidente Xi Jinping. La propaganda del regime cinese le esalta, ne celebra le storie di sacrificio, coraggio e dolore. Sono loro le nuove eroine della lotta di un paese intero, la Cina, contro il Covid-19: le infermiere di Wuhan. Ma l’uso apertamente propagandistico che il Partito sta facendo di loro, rischia di trasformarsi in un boomerang mediatico, un cortocircuito comunicativo che nessuno avrebbe mai potuto prevedere. Segno – forse – della nascita di una nuova consapevolezza femminile nel regno del Dragone.

Negli ultimi giorni i racconti che le esaltano si sprecano, rimbalzando ovunque, in una narrazione martellante che passa dalla stampa ufficiale - l’unica permessa in Cina, in verità – alla televisione, al web, ai social cinesi.

La storia più seguita è quella raccontata qualche giorno fa dalla televisione di stato, la CCTV, con un ampio servizio dedicato a un’infermiera descritta come “una grande madre e un angelo in abito bianco”, che malgrado si trovasse all’ultimo mese di gravidanza, ha voluto a tutti costi continuare a lavorare nel reparto di emergenza di un ospedale militare a Wuhan, l’epicentro dell’epidemia nella Cina centrale. Zhao Yu avrebbe dovuto partorire dopo 20 giorni, quando il servizio è andato in onda, ma pare che abbia insistito per rimanere a tutti costi al lavoro presso l’Ospedale Generale di quella che, gli stessi cinesi, definiscono “una Zona di Guerra” e che, come tutti gli altri ospedali della città, è stato travolto dai pazienti contagiati. Malgrado i suoi colleghi abbiano cercato in tutti i modi di dissuaderla, Yu ha detto che voleva condividere la fatica e i rischi che stavano affrontando le sue colleghe: “come potrei guardare in faccia il mio bambino quando nascerà” ha detto trattenendo a stento le lacrime in televisione “sapendo che per pensare a lui ho trascurato la vita di tanti altri?”. E le immagini di Yu col pancione che spingeva contro la tuta isolante nell’ospedale hanno fatto rapidamente il giro dei social cinesi. Scatenando infiniti commenti di utenti che, commossi, ammiravano il suo coraggio e la incoraggiavano, certo. Ma anche – a sorpresa – una valanga di post molto critici nei confronti del governo e delle autorità sanitarie. Cosi, dopo che molti utenti dei social media si erano detti semplicemente scandalizzati all’idea che si permettesse a un’infermiera incinta di continuare a lavorare in un ambiente altamente contagioso, il video clip è stato ritirato dal sito Web della CCTV.

“Non sono affatto commosso, al contrario, sono molto arrabbiato”, si legge in uno dei molti commenti simili postati su Weibo, il Twitter cinese. “Una donna incinta di nove mesi non dovrebbe essere a casa? Indossa abiti protettivi così spessi che le è persino difficile muoversi. Come può essere una cosa buona per il suo bambino?”

La stessa sorte è toccata a un’altra storia di eroismo sanitario al femminile - questa volta riportato dal principale quotidiano dell’Hubei, il Wuhan Evening News - quella di un’infermiera tornata al lavoro soltanto 10 giorni dopo aver subito un intervento chirurgico per un aborto spontaneo. Huang Shan, 27 anni, infermiera specializzata all’Ospedale Centrale di Wuhan, avrebbe dovuto riposare per 28 giorni dopo la procedura, ma è tornata da un congedo per malattia molto prima, perché l’epidemia stava peggiorando e anche lei voleva stare accanto ai suoi colleghi che lottavano per far fronte all’emergenza coronavirus. Anche questa storia, esaltata dalla propaganda cinese, ha raccolto le stesse feroci critiche di quella dell’infermiera col pancione. Soprattutto da parte dei nascenti movimenti femministi in Cina. Hou Hongbin, una scrittrice femminista di Guangzhou, l’antica Canton, ha dichiarato che le notizie di stampa diffuse sulle due donne sono state “molto irrispettose della loro dignità di donne e del loro diritto alla privacy”, ed è stato “disumano” lasciare che le due infermiere continuassero a lavorare. “Gli ospedali non dovrebbero consentire a un’infermiera incinta di nove mesi - o a quella che ha appena subito un aborto - di lavorare, oltretutto in condizioni così rischiose ed estreme. Il loro sistema immunitario è indebolito ed è altamente possibile che vengano infettate dal virus stesso”, ha affermato Hou. Le sue opinioni sono state riprese da Huang Lin, una ricercatrice e professoressa femminista della Capital Normal University di Pechino, che ha definito gli articoli e i servizi televisivi “inappropriati”. “Anche durante un’epidemia, il personale medico deve prima proteggersi”, ha detto, “e bisogna tutelare la sicurezza e la dignità delle donne, non trasformarle in strumenti di propaganda governativa, mettendo a rischio la loro vita”.

E mentre il virus continua a diffondersi apparentemente senza controllo in Cina, la rabbia pubblica per la gestione dell’epidemia continua a crescere, alimentata anche dalle notizie e dai video diffusi su internet di donne infermiere che si sono rasate la testa per aiutare a controllare la diffusione della malattia. Gli ospedali dove lavorano hanno affermato che le donne avevano deciso “volontariamente” di farlo. Ma è bastato che qualcuno notasse un video dove si vedevano chiaramente alcune infermiere che piangevano mentre venivano tagliati loro i capelli, per scatenare un’altra ondata di critiche. Un dissenso sempre più diffuso, che nemmeno l’efficiente macchina della censura cinese sembra essere più in grado di controllare come un tempo.

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