Le madri di Almodovar, in cerca di verità nel passato franchista

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El Deseo D.A. S.L.U., photo by Nico Bustos (Photo: El Deseo D.A. S.L.U., photo by Nico Bustos)
El Deseo D.A. S.L.U., photo by Nico Bustos (Photo: El Deseo D.A. S.L.U., photo by Nico Bustos)

Voluttuosamente mélo, il nuovo inno alla tenacia delle donne di Pedro Almodovar si tinge, per la prima volta nella sua cinematografia, di politica. “Madres Paralelas” apre la 78a Mostra di Venezia sfidando uno dei tòpos drammaturgici più usurati di sempre - lo scambio di neonati in culla - ma usandolo come pretesto per intrecciare le vite di due donne agli antipodi: la ‘sua’ Penelope Cruz – sorella e complice in ben sette film- e la giovanissima, androgina Milena Smit, la sua nuova scommessa. Penelope, protagonista al Lido anche di “Competencia Oficial”, è la star indiscussa di una partenza che vede un commosso Roberto Benigni premiato con il Leone d’oro alla carriera.

Il caso fa incontrare Janis (Cruz) e Ana (Smit), in procinto di dare alla luce creature che nessuna delle due ha cercato. La quarantenne Janis, fotografa di un periodico femminile diretto dalla sua amica Rossy De Palma (altra figura storica della ‘famiglia’ Almodovar), era legata a un antropologo forense conosciuto sul lavoro. La minorenne Ana, come scopriremo, ha subito la violenza di tre coetanei durante una festa, ma non li ha denunciati.

Ma gli imprevedibili sviluppi che porteranno queste due madri single di età e condizioni tanto diverse (Ana sarebbe ricca, ma è sballottata tra un padre rimaritato e assente e una madre monopolizzata dalle sue ambizioni teatrali) a legare i loro destini metteranno a confronto, in controluce, le due Spagne di oggi. C’è una Spagna giovane a cui si insegna a passare un colpo di spugna sulla dittatura franchista e sui suoi crimini, e c’è una Spagna che pretende memoria, indagine, verità postuma.

Non è un caso che “Madres Paralelas” si apra e si chiuda con l’assillo che tormenta Janis-Penelope: riportare alla luce i resti di venti uomini del suo villaggio d’origine assassinati dai falangisti. In quella fossa comune ci sarebbe anche il cadavere del suo bisnonno. Non sono nomi fittizi quelli delle associazioni ‘per la memoria storica’ citati dal film. Fare i conti con il passato è stato uno dei grandi obiettivi del governo Zapatero. Ma Almodovar fa della memoria femminile – le figlie ancora in vita, le nipoti, le bisnipoti- la molla di questa rivendicazione: “madri” di una storia ritrovata, tutte. La simbolica fossa comune del franchismo – ci ricorda il film - ha inghiottito centomila desaparecidos.

So che i puristi storceranno il naso di fronte alla spudorata radicalità mélo del regista manchego, a una colonna sonora che amplifica i colpi di scena con la teatralità dei classici di Douglas Sirk, all’immancabile scivolata lesbica che è diventata la nuova convenzione del cinema. Sfidare impavidamente la spudoratezza però è da sempre una delle massime virtù - o dei migliori difetti - di Almodovar. È per questo - dice - che racconta storie di donne: “Siete più espressive e dirette, non avete paura di rendervi ridicole”.

Vi lascio il gusto di indagare in proprio su certe affascinanti simmetrie nascoste, come i ricorrenti test del DNA, grimaldelli del futuro come del passato, che impongono scelte dolorose ma generano coscienza e responsabilità personale. E tutto questo si può veicolare con gli stilemi del cinema popolare, senza bisogno di pistolotti.

L’epigrafe che chiude il film, dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, è da mandare a memoria. Non c’è una storia muta. Per quanto la violentino e la imbavaglino, la storia umana si rifiuta di stare zitta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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