Le mani su Taiwan, test di forza per Cina e Usa

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Taiwan Radar Map (Photo: bubaone via Getty Images)
Taiwan Radar Map (Photo: bubaone via Getty Images)

Xi Jinping – e i governanti cinesi in generale - sono assai permalosi, lo si sa: senso dell’umorismo e, soprattutto, dell’auto-ironia pari a zero. Basti ricordare il povero Winnie the Pooh, messo al bando in eterno nella moderna – e sempre più aggressiva - Cina comunista, a causa della sua innegabile – ma incolpevole - somiglianza col potente Presidente-Imperatore Xi… Ma, in fondo, lo si può capire; alla fine stiamo parlando di un bieco orsetto occidentale – anzi, addirittura… americano! – che ruba il miele qua e là, perfetta parafrasi di quello che, da sempre – secondo i cinesi – vanno a fare in giro per il mondo gli odiati Yankees, se si capisce la simbologia… E non pensiate che serva ricordare loro che in realtà il povero Winnie è sì un prodotto Disney, ma che il suo creatore, lo scrittore Alan Alexander Milne, era britannico. Non un grosso aiuto, in effetti, visto che si tratta della stessa nazionalità di quei cattivoni di imperialisti di Sua Maestà britannica, appunto, che pensavano di avere firmato con la Cina un trattato sull’ex-colonia di Hong Kong, che la Cina, magari, avrebbe pure rispettato… (si è visto come è andata a finire). Ma quando poi si parla di Taiwan, allora in Cina… apriti cielo!

Qualche settimana fa è bastato che la minuscola Lituania accogliesse la richiesta dell’apertura di un’ambasciata di Taipei in piena regola per scatenare reazioni indignate e minacciose promesse di gravi conseguenze da parte del Partito Comunista al potere nella Repubblica Popolare Cinese. La Cina ha richiamato il suo ambasciatore da Vilnius e ha chiesto alla Lituania di fare lo stesso. Analisti cinesi, scrivendo per il Global Times, testata controllata dal Partito (come del resto tutta la stampa in Cina) hanno affermato senza mezzi termini che Vilnius “ha calpestato la linea rossa della Cina”: “Dovremo prendere misure serie, a seconda di come si comporterà la Lituania”, ha detto al Global Times Liu Zuokui, ricercatore di studi europei presso l’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS).

Insomma, sembra proprio che a quei 24 milioni di taiwanesi che, per la stragrande maggioranza non hanno la minima intenzione di unificarsi con Pechino e vorrebbero soltanto vivere in libertà e in democrazia – come hanno fatto da parecchi decenni a questa parte ormai – in una nazione indipendente, libera dalla dittatura del Partito unico e comunista, Xi e i suoi non ne facciano passare una. Dopo le reazioni a carico della piccola Lituania, la scorsa settimana l’ira cinese si è abbattuta sugli organizzatori della 24 Ore di Le Mans, storica competizione automobilistica che si tiene in Francia. A poche ora dal via, la Cina ha chiesto- e, ovviamente, ottenuto - la rimozione del simbolo di Taiwan dal macchina della casa automobilistica AutoHub. La bandiera ufficiale delle Republic Of China ROC (questo il nome ufficiale di Taiwan, che la Cina proprio non può digerire) con i simboli della terra rossa, il cielo blu e il sole bianco è sparita, sostituito con quella utilizzata ai Giochi Olimpici e paralimpici di Tokyo, dove gli atleti provenienti da Taiwan sono costretti a partecipare come “Taipei Cinese” per non scatenare le ire delle Repubblica Popolare e il principio indiscutibile – sempre secondo Pechino – di “una sola Cina”. Ma non basta.

La Biennale di Venezia ha modificato da “Taiwan” a “Taipei Cinese” la provenienza di due film in gara alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che inizierà il prossimo 1° settembre: “The Night”, di Tsai Ming-liang, e “The Falls”, di Chung Mong-hong. Tutto sempre per non incorrere nella furia cinese e – soprattutto – per non esporre a rischi i finanziamenti cinesi alle grandi produzioni cinematografiche internazionali, ogni giorno sempre più rilevanti, come dimostra, per esempio, l’attività dell’associazione di produttori cinematografici europei Bridging the Dragon, che unisce professionisti del cinema europei e cinesi e sviluppa progetti di coproduzione tra i due mercati con l’intento dichiarato di creare una comunità di produttori cinematografici sino-europei. Lo stesso Tom Cruise, del resto, nel suo “Top Gun: Maverick”, in uscita nelle sale il prossimo novembre, ha pensato bene di rimuovere (spontaneamente?) le bandiere di Taiwan e del Giappone dal giubbetto del protagonista, che facevano entrambe bella mostra di sé nella pellicola originale.

In questo quadro non propriamente “tollerante” della Cina comunista nei confronti della piccola “provincia rinnegata” di Taiwan, il colmo dell’irritazione dalle parti di Pechino è stato raggiunto quando, proprio ieri, Joseph Wu, Ministro degli Esteri di Taiwan (e se avessimo voluto anche noi metterci al riparo dagli strali cinesi avremmo dovuto mettere la carica di “ministro” tra virgolette…) ha chiesto ancora una volta, formalmente, all’Onu, di inserire il suo Paese nell’organizzazione. “Sotto la pressione della Repubblica Popolare Cinese (RPC), l’Onu e le sue agenzie specializzate continuano a respingere Taiwan, citando la Risoluzione 2758 (XXVI) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1971 come base legale per questa esclusione” si legge nella richiesta di Wu. “Ma il linguaggio della risoluzione è cristallino” ha insistito il ministro taiwanese “affronta semplicemente la questione della rappresentanza della Cina all’ONU; non si fa menzione della pretesa cinese di sovranità su Taiwan, né si autorizza la RPC a rappresentare Taiwan nel sistema delle Nazioni Unite”.

Il modello occidentale in Cina? Se le scarpe calzano lo sa solo chi le portaXi Jinping

Quella di Taiwan per entrare a far parte delle Nazioni Unite (così come delle altre organizzazioni collegate, tra cui l’Oms) è una battaglia di lunga data, e si può star certi, purtroppo, che anche questa nuova richiesta cadrà nel vuoto, azzerata dal peso economico, strategico e anche militare della Cina Comunista

E mentre l’attenzione del mondo è concentrata sull’Afghanistan, Taiwan rimane un punto molto, molto caldo della tensione tra Stati Uniti e Cina. A Taipei, oggi, alla guida dell’isola siede una donna molto combattiva, Tsai Ing -wen eletta Presidente nel 2016. La sua politica si è da subito catalizzata attorno ad alcuni punti salienti: grande collaborazione con gli Usa non solo dal punto di vista commerciale ma anche militare, con l’acquisto di armi e armamenti da Washington, e dichiarata autonomia da Pechino. Una ricetta decisamente indigesta per Xi Jinping e il suo entourage, che nei giorni scorsi ha voluto dare l’ennesima prova “muscolare”, schierando l’Esercito Popolare di Liberazione attorno all’Isola. Navi da guerra, aerei anti sommergibile, aerei da combattimento hanno dato vita alle più massicce esercitazioni militari “a fuoco vivo” degli ultimi anni. La tensione è salita alle stelle, tanto che il Premier taiwanese Su Tseng- chang ha ribadito, in una sua dichiarazione, la ferma volontà dell’isola di non “cedere alle minacce cinesi”, determinata a “difendere l’ autonomia amministrativa del territorio”. Il Governo di Taiwan ha risposto con analoghe esercitazioni militari delle proprie forze armate, alle quali è stata data ampia pubblicità sulla stampa. Il Partito progressista democratico della Presidente Tsai Ing-wen, che ha la maggioranza in Parlamento, ha nuovamente ribadito la sua stretta cooperazione con gli Stati Uniti. E se dopo Trump la diplomazia taiwanese aveva temuto il peggio, la politica estera di Joe Biden ha rassicurato tutti a Taipei, ribadendo di considerare l’isola fondamentale per limitare l’espansione di Pechino nel Pacifico occidentale e nel mar Cinese meridionale. Uno scenario geopolitico diametralmente opposto a quello che ha determinato il ritiro statunitense dall’Afghanistan.

Il sostegno americano a Taiwan, che per molto tempo rimaneva orientato a proteggere un “baluardo anticomunista”, ormai da tempo è diventato elemento essenziale della strategia di Washington nell’Indo-Pacifico. Taiwan è un elemento cruciale nella competizione tecnologica tra Pechino e Washington. L’industria degli imprescindibili microchip taiwanesi rappresenta più del 60 per cento dei circuiti integrati nel mercato globale e il controllo delle acque del Mar Cinese Meridionale – sul quale Pechino avanza pretese di sovranità frustrate regolarmente negli ultimi anni da una serie di risoluzioni avverse dell’Onu - è vitale per la gestione dei flussi commerciali nella regione. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, proprio nel Mar Cinese meridionale viaggia un terzo di tutte le merci globali, e proprio il controllo dello Stretto di Taiwan rappresenta un presidio irrinunciabile sia a livello commerciale che strategico.

L’aggressività cinese in Asia, del resto, fa paura soprattutto – com’è ovvio – ai Paesi con i maggiori interessi economici e strategici nella regione, primo fra tutti il Giappone. Per questo oggi Tokyo e Taipei hanno annunciato che daranno il via venerdì a una serie di colloqui bilaterali per la sicurezza nell’area. Due rappresentati politici di alto livello, uno del Partito Democratico Progressista (DPP) di Taiwan e l’altro del Partito Liberal Democratico (LDP) del Giappone si incontreranno virtualmente in un mini-vertice a cui è stato dato il nome di “due più due”. “Questo è il primo dialogo di questo tipo avviato dalla parte giapponese e discuteremo di questioni di diplomazia, difesa e sicurezza regionale”, ha detto il rappresentante di Taiwan, Lo Chih-cheng del DPP, mentre dal canto suo, da Tokyo, Masahisa Sato, parlamentare responsabile degli affari esteri per LDP, ha dichiarato al Financial Times che il Giappone ritiene “fondamentale la situazione a Taiwan in questo momento”, aggiungendo che “in futuro sono previsti ulteriori colloqui ad alto livello con funzionari del governo taiwanese”.

La Cina, ovviamente, ha subito protestato attraverso i canali diplomatici, ribadendo la sua ferma opposizione a “qualsiasi forma di interazione ufficiale” con Taiwan. “La questione di Taiwan tocca il fondamento politico delle relazioni Cina-Giappone... e questi (Il Giappone) dovrebbe essere particolarmente cauto nelle sue parole e azioni”, ha avvertito il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Wang Wenbin. “Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese”.

Per Pechino, il discorso è chiuso.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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