Le parole con cui Papa Francesco chiude l'era Trump

Nicola Graziani
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AGI – Poche parole, anzi pochi minuti, e Papa Bergoglio relega l'era Trump tra i ricordi del passato. Che non ritorni, pare dica nella sua intervista televisiva anticipata con il contagocce ma che sarà trasmessa la sera di domenica 10 gennaio su Canale 5.

Non è una novità: i due – Francesco e The Donald – sono non tanto due uomini divisi da un muro di incomprensione personale, ma due diverse nature etiche. Ed ora, mentre l'uno è avviato verso la porta d'uscita dello Studio Ovale, l'altro pare dettare la linea su quello che è stato e quello che dovrebbe essere.

Si rovesciano le espressioni che risaltavano nella foto di circostanza, nel loro unico incontro datato maggio 2017: ora il volto scuro non è quello del Pontefice.

Sovranismo e negazionismo, appello al popolo e scrollate di spalle: tutto ciò che Papa Francesco poteva mal sopportare, Trump lo ha fatto proprio. Se il primo – in un'enciclica, addirittura – metteva in guardia dal rischio di un ritorno ai nazionalismi anni '30 (leggi: quelli di fascismo e nazismo), l'altro ancora adesso promette di andare a cogliere applausi lungo il muro con il Messico

Se il secondo ha per mesi parlato di clorochina e strani raggi per sconfiggere un coronavirus liquidato per lungo tempo alla stregua di un'influenza, il secondo ha fatto proprie le regole restrittive indicate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

E ora, Francesco il predicatore di senso di responsabilità, fa sapere che si farà il vaccino. Lo comunica soprattutto (la cosa in sé non suscita sorprese, ma il timing colpisce) mentre l'altro rischia rimozioni ed impeachment per attentato a quella democrazia rappresentativa che Bergoglio come nessun Papa dai tempi di Paolo VI ha indicato come la via maestra per il convivere civile.

Si soppesino con attenzione le parole. “Io sono rimasto stupito perché è un popolo così disciplinato nella democrazia”, spiega il Papa riferendosi a quell'America che da sempre è maestra del metodo democratico. E nota, non con l'aria di chi insegna ai maestri ma di chi conosce il cuore degli uomini, che anche “nelle realtà più mature sempre c'è qualche cosa che non va”, c'è gente “che prende una strada contro la comunità, contro la democrazia, contro il bene comune”.

Adesso però l'accaduto merita una riflessione più approfondita, che travalichi il semplice dare colpe e ragioni. Se una crisi come quella dell'assalto a Capitol Hill non dovrà ripetersi è perché le cause che hanno portato gli scalmanati ad occupare il Congresso (bilancio: cinque morti) vanno affrontate. L'accaduto “va condannato”. Ma nessun popolo “può vantarsi di non avere un giorno, un caso di violenza” e dunque si tratta di “capire bene per non ripetere, e imparare dalla storia”, “perché così si può mettere il rimedio”.

Rimedio e lenimento, cura e ricucitura. Non ci vuole una particolare capacità analitica per cogliere l'assonanza di toni e concetti con quanto detto, fin dal primo giorno dopo la sua elezione, da Joe Biden.

Non che con il nuovo Presidente si sia già creata una Santa Alleanza (troppe le cose che potenzialmente dividono Vaticano e Washington, anche ora), ma l'approccio ai problemi pare essere simile, quanto distante lo era con The Donald. Indossare o meno la mascherina fa la differenza, non solo in termini di contagio.
Del resto negli ultimi giorni era rimbalzata a Roma, proveniente dall'altra parte dell'Atlantico, l'ennesima intervista rilasciata al sito Lifesite (organo ufficioso della destra cattolica americana) da monsignor Carlo Viganò, l'ex nunzio apostolico presso gli Stati Uniti che è arrivato a chiedere in passato le dimissioni del Pontefice. La teoria esposta è sempre la stessa: Trump è l'unico baluardo contro le forze del maligno. Una giustificazione ante factum di quello che poi è accaduto al Congresso.

Insomma, il contrario di quello che si definirebbe un comportamento solidale, etico. Ed "eticamente tutti devono prendere il vaccino", spiega infatti Bergoglio nella sua ultima intervista. Insiste: "È un'opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri”, “la settimana prossima inizieremo a farlo qui ed io mi sono prenotato, si deve fare”.

Segue, nel racconto, un ricordo dei tempi andati: “Quando ero bambino ricordo che c'è stata la crisi della poliomelite e tanti bambini sono poi rimasti paralitici. C'era la disperazione per fare il vaccino. Quando è uscito il vaccino te lo davano con lo zucchero e c'erano tante mamme disperate… poi noi siamo cresciuti all'ombra dei vaccini, per il morbillo, per quello, per quell'altro, vaccini che ci davano da bambini… Non so perché qualcuno dice: ‘no, il vaccino è pericoloso', ma se te lo presentano i medici come una cosa che può andare bene, che non ha dei pericoli speciali, perché non prenderlo? C'è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare, ma oggi si deve prendere il vaccino”.

Eccola, la definizione: “negazionismo suicida”. Chiude una partita durata cinque anni, molto dura, giocata a distanza ma con poche esclusioni di colpi. Che la stoccata finale sia data con la dolcezza di una zolletta di zucchero poco importa. È di zucchero anche la vittoria.