Le presidenziali Usa del 2020 sono state la Waterloo dei sondaggisti

Francesco Russo
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AGI - Se la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton nel 2016 aveva dato un sonoro schiaffo alla credibilità dei sondaggisti, il recupero del presidente in carica nei confronti dello sfidante Joe Biden ha quasi l'aria del colpo di grazia. Il vantaggio che i maggiori istituti avevano dato all'ex first lady alla vigilia del voto di 4 anni fa, in fondo, rientrava in diversi casi nel famoso margine di errore di 3 o 4 punti. Ben più clamorosa è la distanza tra il vantaggio di 7, 10, addirittura 12 punti che ancora una settimana fa molte società di rilevazione assegnavano a Biden e i numeri effettivi di oggi, con Trump sotto di meno del 2% nel voto popolare.

"La professione dei sondaggi politici è finita", si è sfogato Frank Luntz, veterano repubblicano del settore con Axios. Una dichiarazione di resa che arriva dopo settimane di accesissimo dibattito tra gli addetti ai lavori, la maggior parte dei quali si è accanita contro i pochi colleghi che li accusavano di sottovalutare i consensi per Trump, giurando che stavolta il vantaggio di Biden fosse davvero troppo ingente per poter apparire come un nuovo abbaglio. 

Il problema del "trumpista timido"

Al centro della discussione c'è sempre lui, lo 'shy Trump voter', quello che in pubblico si vergogna di ammettere la sua predilezione poco chic per il tycoon per poi sfogarla nel segreto dell'urna. Questa sfuggente categoria di elettori era stata la ragione principale del colossale granchio preso dai sondaggisti nel 2016.

Robert Cahaly di Trafalgar Group, l'unica società che quattro anni fa azzeccò il vantaggio di Trump in Michigan e Pennsylvania, qualche giorno fa aveva dichiarato a 'The Hill' che questa volta i "trumpisti timidi" sarebbero stati ancora di più e che per la sua industria era "abbastanza probabile" una nuova disfatta. Parole che erano state accolte con sufficienza dai grandi nome del settore, come Nate Silver di FiveThirtyEight, il quale aveva accusato il collega di "non sapere quello che faceva". "Trafalgar tiene i suoi metodi segreti quindi non posso giudicare quello che fanno", aveva osservato da parte sua Jon McHenry, sondaggista repubblicano di North Star Opinion. Eppure Cahaly non era stato l'unico a prevedere la rimonta di Trump. Un'altra voce fuori dal coro era stata quella di Jim Lee di Susquehanna Polling and Research, altro fautore della teoria dello "shy Trump voter".

Lee era riuscito a intuire sia la vittoria di Trump in Florida che la situazione estremamente incerta in Wisconsin, dove aveva dato i due contendenti pressoché alla pari. Le sue previsioni si sono rivelate quindi più affidabili sia delle "pecore nere" di Trafalgar, che avevano dato il presidente uscente sopra di un punto nel Badger State, che delle star di FiveThirtyEight, secondo cui in Florida Trump era sotto di due punti.

"Ci sono un sacco di elettori che non vogliono ammettere di votare per un tizio che è stato definito razzista", aveva detto Lee la settimana scorsa in un'intervista a Wfmz, "questo 'trumpismo sommerso' è molto concreto, noi siamo riusciti a catturarlo e sono molto deluso dal fatto che gli altri non ne siano stati in grado". I numeri gli hanno dato ragione.

Un metodo sperimentale

Segnali interessanti sono giunti poi dal curioso esperimento del Dornsife Center dell'Università della California del Sud, che ha chiesto agli intervistati non solo chi avrebbero votato ma anche quale candidato avrebbe prevalso nella loro cerchia sociale e chi pensavano avrebbe vinto nel loro Stato. Le risposte al primo quesito conferivano a Biden un vantaggio dell'11%, quelle al secondo un vantaggio del 5% e quelle al terzo vedevano Trump indietro di appena un punto percentuale.

In sostanza, la previsione più accurata non è stata ottenuta chiedendo agli elettori cosa avrebbero votato ma domandando loro quale sarebbe stata la scelta dei loro concittadini. L'inizio di una nuova via per un'industria dei sondaggi costretta a ripensarsi alla radice? Lo scopriremo tra quattro anni.