Le rivelazioni di Cesare Cremonini sulla schizofrenia fanno male, ok, ma fanno anche bene a tutti

Di Redazione Digital
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Photo credit: Sergione Infuso - Corbis - Getty Images
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From Cosmopolitan

Lady Gaga ha parlato di depressione, Katy Perry di suicidio, idem Sophie Turner, Justin Bieber e Bella Hadid, Selena Gomez di disturbo bipolare e non è stata l'unica. I tabù legati ai mental issues si stanno lentamente sgretolando, come il diktat secondo cui i personaggi celebri debbano mostrarsi sempre impeccabili e sorridenti e essere costantemente dipinti nella casa di caramelle di Hänsel e Gretel. Se oltreoceano è una pratica sempre più comune (la cosiddetta Insta verità spinta dai social e dai desiderata della Generazione Z), in Italia c'è ancora una grande reticenza nel parlare di disordini mentali. A buttare giù un paletto nelle scorse settimane Tiziano Ferro, che con il suo documentario Ferro ha raccontato le sue dipendenze e debolezze, seguito a ruota da Cesare Cremonini, che nel suo libro Let them talk– Ogni canzone è una storia, uscito nei giorni scorsi, mette nero su bianco il suo incontro con un mostro dalle "braccia corte e appuntite". La schizofrenia.

In un'intervista con Il Corriere della Sera a poche ore dall'uscita del libro (che Cesare sottolinea non essere una biografia tout court ndr), l'ex leader dei Lùnapop ha parlato per la prima volta di quel mostro che gli "premeva sul petto" nel 2017, quando il lavoro e la ricerca della perfezione lo avevano inghiottito in una spirale senza via di uscita, di "un’allucinazione che viene dall’interno" e che grazie all'aiuto di uno psicoterapeuta è riuscito a guardare in faccia. "C’è una canzone, Nessun vuol essere Robin, per la quale ho rischiato la vita. Come mi disse lo psichiatra: una pallottola mi ha sfiorato", ha raccontato, ricordando "la sensazione fisica di avere dentro una figura estranea".

"Quasi ogni giorno, sempre più spesso, sentivo un mostro premere contro il petto, salire alla gola. Mi pareva quasi di vederlo. E lo psichiatra me lo fece vedere. L’immagine si trova anche su Internet (qui). 'È questo?', chiese. Era quello", ha spiegato. Una patologia ossessiva, "faglia nel Dna" e figlia di "due anni di ossessione feroce per la musica" (siamo nel 2017 e Cesare sta lavorando all'album Possibili Scenari ndr) che lo stava trascinando nel buio più profondo. "Ero sempre chiuso in studio, anche la domenica. Smisi di tagliarmi la barba e i capelli", ha raccontato, "superai i cento chili. Non facevo più l’amore, se non da ubriaco. Avevo smesso qualsiasi attività fisica".

L'incontro quasi casuale con lo psicologo e il racconto dei sintomi, di quel mostro con "braccia corte e appuntite, gambe ruvide e pelose che si aggira nel subconscio come se fosse casa sua", bravissimo nel premere contro il petto e salire alla gola. "Lo psichiatra mi chiese cosa mi faceva sentire meglio. Risposi: camminare. Non lavorare; il lavoro era la causa. La cura era camminare", ha detto parlando del suo percorsi di guarigione. E così Cesare ha ripreso in mano le redini della sua vita, camminando "per centinaia di chilometri" e ribellandosi "all’eccesso di attenzione per tutto quel che proviamo, all’idea impossibile di poter esprimere ogni cosa, di comunicare questa slavina di emozioni da cui siamo colpiti".

Il mostro è sempre lì, ma Cesare ha imparato a stanarlo e gestirlo. "Adesso quando sento il mostro borbottare, mi rimetto in cammino. Su una collina, in montagna. Sono tornato dallo psichiatra alla fine del primo tour negli stadi. Mi ha chiesto se vedevo ancora i mostri. Gli ho risposto di no, ma che ogni tanto li sento chiacchierare. E lui: 'Let them talk'". Lasciali parlare dunque, nel libro come nelle canzoni, perché è proprio nelle fragilità “che finiamo per somigliarci tutti", e non avrebbe potuto dirlo e farlo meglio.