Le tecnologie usate dalla Cina per la repressione degli uiguri

arcangelo rociola

Due inchieste in meno di due settimane hanno raccontato le repressioni del governo cinese sulla minoranza musulmana degli uiguri nello Xinjiang. Prima le 403 pagine di documenti interni al Partito Comunista Cinese pubblicate lo scorso 16 novembre dal New York Times. Mentre in queste ore un nuovo report di 24 pagine è stato pubblicato dall'International Consortium of Investigative Journalism (Icij). In questi documenti, oltre a raccontare i sistemi di repressione nei centri di detenzione, l'Icij analizza gli strumenti tecnologici che userebbe il governo di Pechino per realizzare un "massiccio sistema di sorveglianza e identificazione", al fine di facilitare gli arresti e la detenzione della popolazione musulmana nella remota provincia nord occidentale del Paese.

Secondo l'Icij i documenti dimostrerebbero come "il potere della tecnologia sia in grado di guidare una violazione sistematica dei diritti umani su scala industriale". La polizia, secondo i documenti pubblicati dal consorzio, userebbe una piattaforma chiamata Ijop (Integrated Joint Operation Platform) per raccogliere e classificare dati personali e informazioni catturate dalle telecamere a riconoscimento facciale. Questi dati inoltre verrebbero elaborati da sistemi di intelligenza artificiale per meglio identificare e mappare i residenti dello Xinjiang.

170 milioni di telecamere

L'uso di questa piattaforma non è nuovo. Già nel 2018 alcuni report ne avevano descritto le caratteristiche: l'Ijop sarebbe in grado di raccogliere e classificare informazioni molto dettagliate sulle persone indagate, compresa l'aspetto, l'altezza, il gruppo sanguigno, il livello di educazione, le abitudini e la professione svolta. Informazioni che deriverebbero da un certosino sistema di sorveglianza basato sulle telecamere diffuse nel Paese.

Si stima che in Cina siano presenti oltre 170 milioni di telecamere di sorveglianza, scrive l'Independent, una ogni 80 abitanti circa. Dietro questi occhi elettronici ci sarebbero sofisticati sistemi di riconoscimento basati sull'intelligenza artificiale, in grado di riconoscere una persona anche a volto coperto, basandosi solo sull'andatura del soggetto inquadrato.

L'app ​Zapya

Nel suo report l'Icij inoltre ha raccontato come attraverso un'applicazione diffusa tra i musulmani dell'area, Zapya, fin dal 2016 la polizia cinese sarebbe stata in grado di controllare i file audio e video scambiati all'interno dell'app per identificare e raccogliere informazioni sulle minoranze della popolazione. L'app Zapya è stata creata da una startup cinese, DewMobile, e il suo utilizzo sarebbe stato incoraggiato perchè consente lo scambio di file anche nelle zone in cui Internet non è presente, come in buona parte dello Xinjiang. Ad oggi è usata da 1,8 milioni di persone.

Gli agenti, riporta il consorzio di giornalisti d'inchiesta, sarebbero stati in grado così di monitorare gli smartphone degli Uiguri segnando i profili ritenuti pericolosi per ulteriori indagini. DewMobile, che ha ricevuto finanziamenti anche da fondi di venture capital statunitensi, ha rifiutato di commentare i documenti pubblicati in queste ore. Mentre il governo cinese ha bollato i report come "pura invenzione e fake news".