Le truppe di Assad avanzano verso il confine turco

N. Bianchini e G. Didonna

All'indomani dell'accordo con i curdi, le forze del regime siriano si avvicinano alla frontiera con la Turchia, dove le truppe di Ankara e i loro alleati siriani dell'Esercito siriano libero (Els) da giorni combattono contro le milizie Ypg. Intanto la Turchia avanza: assicura che la Russia non ha obiezioni rispetto a un "affondo" che ricomprenda la città di Kobane e soprattutto annuncia che vuole allargare la 'safe zone' a ovest fino a Manbij, città sotto il controllo dei curdi Ypg, situata però a ovest del fiume Eufrate. Ed è proprio a Manbij che potrebbe verificarsi il primo scontro tra le forze turche e i soldati di Assad.

Attacco a Manbij

In serata l'esercito siriano è entrato a Manbij, che era stata bombardata dall'artiglieria turca nelle ore precedenti. La città è sotto l'assedio dell'Esercito libero siriano, le milizie filo-turche che sostengono Ankara nell'offensiva contro i curdi. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha confermato che l'offensiva va avanti, nonostante l'invio delle truppe del regime siriano di Bashar al-Assad. 

E mentre anche le ong lasciano l'area, ormai diventata incandescente, i ministri degli Esteri Ue studiano le possibili sanzioni ad Ankara ma riconoscono anche di non avere "poteri magici" per fermare l'offensiva. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha annunciato comunque che l'Italia bloccherà "l'export di armamenti verso la Turchia per tutto quello che riguarda le commesse da domani in poi, il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni". E intanto il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, va avanti per la sua strada e avverte gli alleati della Nato: "O con noi o contro di noi". 

Il ministero della Difesa turco ha annunciato che due capoluoghi, Tel Abyad e Ras al Ayn, nonché un grande centro, Suluk, e 56 villaggi sono stati "liberati dai terroristi" delle milizie curde Ypg, contro cui è diretta l'offensiva "Fonte di pace", sferrata il 9 ottobre dall'esercito turco.

Gli americani lasciano Kobane

Intanto continua il ritiro delle truppe americane, sostanziale 'disco verde' a Erdogan: un convoglio di blindati ha abbandonato Kobane, diretto probabilmente verso la base di Raqqa (nella tarda serata di ieri i marines si erano ritirati da Ayn Isa). Proprio ad Ayn Isa si trova una prigione in cui erano detenuti terroristi dell'Isis. Prigione trovata vuota dalle forze turche e il ministro della Difesa, Hulusi Akar, ha accusato Ypg di aver liberato i jihadisti. Le forze di Damasco si sono avvicinate al limite dell'area soggetta all'intervento turco, fino alla stessa città di Ayn Isa, vero fronte caldo di queste ultime ore. 

È la prima volta dal 2013 che le truppe di Bashar al-Assad si spingono nella zona, fino a ieri sotto il controllo delle milizie curde Ypg.

Erdogan, partito per Baku, dovrebbe parlare in giornata con il presidente russo Vladimir Putin, una telefonata con cui il presidente turco si è mostrato certo di poter risolvere "qualsiasi tipo di divergenza" con Mosca. Intanto, criticando la stampa internazionale ("Incomprensibile" quello che racconta) e liquidando come "chiacchiere" l'accordo tra Damasco e milizie siriane Ypg, il 'sultano' ha definito "positivo" l'approccio della Russia, assicurando che Mosca non sembra aver posto alcun ostacolo alla sua offensiva a Kobane.

Rispetto a Manbij, Erdogan ha invece ricordato l'accordo con gli Usa di un anno fa, quando Washington e Ankara si accordarono per un abbandono della città da parte di Ypg: "È passato un anno, è il momento di ripulire Manbij e restituirla ai legittimi proprietari". 

Molto preoccupato, invece, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, secondo il quale "ora è importante non permettere che i terroristi catturati scappino" approfittando dell'offensiva turca, che peraltro "minaccia un'ulteriore escalation nella regione". 

In 200 mila in fuga dai combattimenti

Intanto chi può fugge: secondo l'Oms, sono ormai 200 mila gli sfollati che hanno lasciato le loro case. Anche diverse organizzazioni internazionali operanti nell'area hanno intimato ai propri dipendenti di lasciare il Paese arabo e stanno chiudendo le proprie sedi e bruciando i documenti 'sensibili'. Se ne sono andati anche i cooperanti di "un Ponte per", sia italiani che stranieri

Ieri era circolata la notizia della morte di un giornalista curdo nel nord della Siria, la cui identità non è ancora stata resa nota, così come sconosciuto rimane l'organo di stampa per cui lavorava: due diverse agenzie curde hanno dichiarato che il giornalista ucciso lavorava per loro, senza tuttavia fornire dettagli sulle generalità di quest'ultimo.