Le ultime carte della diplomazia di Pechino contro le proteste di Hong Kong

La strategia di Pechino ha assunto nelle ultime ore una tinta più netta: ieri il responsabile per gli affari di Hong Kong e Macao, Zhang Xiaoming, ha detto che "è la peggiore crisi" dal ritorno dell'ex colonia britannica alla Repubblica Popolare Cinese nel 1997 (ma sotto l'egida esile di una Basic Law che scadrà nel 2047). E ha aggiunto che le proteste hanno assunto "le evidenti caratteristiche di una rivoluzione colorata". Oggi il Ministero degli Esteri di Pechino ha compiuto un'altra mossa: un warning agli Usa affinché non interferiscano, che segue non tanto alle parole della speaker della Camera, Nancy Pelosi, quanto al meno vistoso tour di abboccamenti del consolato generale americano di Hong Kong con gruppi democratici e indipendentisti.

Ferve intanto un lavorio diplomatico in Europa, dove è stata attivata la rete delle ambasciate cinesi (in particolare quelle in Gran Bretagna, Olanda e Spagna) per un pressing sui governi allo scopo di condannare le violenze di piazza. 

I passaggi diplomatici messi in campo tra ieri e oggi, diversi ma complementari all'esibizione muscolare nel video delle mirabili forze cinesi anti-sommossa, e al minaccioso monito di "non scherzare con il fuoco", sembrano tuttavia più efficienti.

Ormai non si tratta solo di sedare una protesta che ha estenuato l'ex colonia e l'ha spaccata tra chi partecipa alle manifestazioni e chi le subisce invocando alfine persino il pugno di ferro pur di tornare alla vita ordinaria, riassumibile in due parole: prosperità e stabilità (fare soldi in santa pace).

Neanche più è questione del solo disegno di legge sulla estradizione che ha innescato la miccia a giugno scorso, nel timore di fornire alla Cina uno strumento pericoloso per i diritti dei sette milioni e mezzo di residenti protetti - ma non abbastanza - dalla Basic Law.

È che la situazione s'è aggravata col prolungamento delle proteste, lo sciopero generale di lunedì 5 agosto, la violenza diffusa: non solo i lacrimogeni della polizia, ma gli abusi di gruppi sparsi pro-democrat ai danni della cittadinanza e delle attività commerciali. Si aggiungano i numerosi arresti, l'arroccamento dell'esecutivo locale su posizioni inamovibili (l'extradition bill potrebbe essere ripresentato a freddo) e l'insipienza del chief executive, Carrie Lam, nella gestione della crisi.

Da domani 9 agosto a domenica 11 una serie di assemblee - più presumibili manifestazioni spontanee - potrebbe nuovamente bloccare o ridurre l'operatività dell'aeroporto internazionale.

È troppo ormai per proseguire nel braccio di ferro: il leader studentesco Joshua Wong, e molti come lui, si dicono "pronti a morire"; gli avvocati hongkonghesi hanno sfilato temendo un'involuzione giuridica nei processi che fioccheranno nei prossimi mesi a carico degli arrestati; intanto il tema del suffragio universale, leitmotiv della rivoluzione degli ombrelli del 2014, si è riaffacciato tra le rivendicazioni. Ma allora tutto finì in 80 giorni e gli scontri non raggiunsero i livelli attuali.

È troppo ormai: sia per Hong Kong sia per Pechino. Sarà questo il fine settimana decisivo per le opzioni della Cina. Ma a chi spetta la difesa della Hong Kong Special Administrative Region? Secondo l'articolo 14 della Basic Law è compito di Pechino, mentre il mantenimento dell'ordine pubblico spetta al governo di Hong Kong. Si sancisce inoltre che le forze militari della Repubblica Popolare Cinese di stanza a Hong Kong a scopi difensivi "non interferiranno negli affari locali".

Però attenzione: il governo di Hong Kong può, "qualora necessario", chiedere aiuto alla guarnigione cinese per mantenere l'ordine pubblico. Nell'ambigua formulazione, la mini-costituzione cinquantennale lascia il boccino nelle mani di Carrie Lam, la quale è formalmente la sola titolata a chiedere a Pechino un intervento militare (nella sostanza, se Pechino la sollecitasse a farlo)

Hong Kong non può più permettersi il prolungamento della  deprimente e costosa stagione dell'Hang Seng: l'indice azionario di riferimento dell'ex colonia dall'inizio delle proteste ha perso quasi il 13%, Ipo importanti sono state cancellate sciupando la performance che ad aprile scorso ha fatto la borsa di Hong Kong terza al mondo per capitalizzazione.

Le ferite resteranno profonde anche senza un eventuale intervento militare. Peraltro improbabile, perché la Cina di Tienanmen era tutt'altra cosa, irripetibile a Hong Kong dove sarebbero colpiti gli interessi di tutto il mondo e sarebbe enorme l'impatto dell'inevitabile sangue versato. E poi gli studenti che protestano oggi sono più lontani da quelli di Pechino '89 di quanto lo siano i venusiani dai terrestri.

Anzi, da oggi in poi gli analisti degli scontri di piazza dovranno studiare come paradigma quanto accaduto a Hong Kong: non solo manganelli e lacrimogeni, biglie e fionde. Piuttosto puntatori laser contro dispositivi di riconoscimento facciale, spray contro telecamere di sorveglianza, app che mascherano le posizioni gps o come la Parachute, che registra in automatico video e audio sugli smartphone e ne preserva i dati in caso di emergenze.