L'effetto del Russiagate sull'elettorato della Lega

Sono giorni delicati per la tenuta del Governo Conte, forse mai così in bilico. Con il suo sì alla Tav e le sue risposte in Parlamento sul “Russiagate”, il premier ha ottenuto nel giro di 24 ore l'effetto di far innervosire entrambi i partiti che sostengono il suo esecutivo. E così mercoledì Conte si è ritrovato nella situazione paradossale di parlare in un'Aula – quella del Senato – da cui gli esponenti del Movimento 5 Stelle sono usciti in segno di protesta (salvo poi precisare, senza troppa convinzione, che non ce l'avevano con il premier) e da cui si è invece tenuto alla larga il leader della Lega Matteo Salvini, che pure era il membro del Governo più direttamente chiamato in causa dall'interrogazione relativa al ruolo di Gianluca Savoini.

Quando ormai sono passate più di due settimane dall'esplosione dello scandalo sui rapporti tra la Lega e il governo russo, la nostra Supermedia dei sondaggi ci dice che la strategia comunicativa di Salvini – negare, minimizzare, parlar d'altro – ha ottenuto il suo risultato: i consensi alla Lega non sono diminuiti, e continuano a rimanere ben superiori al già notevole risultato (34,3%) ottenuto alle Europee esattamente due mesi fa.

Vediamo i numeri: la Lega oggi sarebbe il primo partito con il 36,5% dei consensi, in calo rispetto al 37,7% rilevato due settimane fa (quando però avevamo avuto un “picco” anomalo dovuto essenzialmente alla scarsità di sondaggi pubblicati) ma superiore rispetto ai dati precedenti. Se analizziamo i dati degli istituti demoscopici considerati nel nostro “paniere”, scopriamo infatti che in ben 3 casi su 5 (Demopolis, Euromedia, Ipsos) la Lega cresce di 1-2 punti rispetto alle rilevazioni precedenti. Negli altri due casi, o mostra un trend leggermente positivo (SWG) oppure uno, altrettanto leggermente, negativo (Tecnè). Nel complesso, possiamo quindi affermare che il “Russiagate” non ha fatto perdere consensi al partito di Matteo Salvini.


I trend relativi agli altri partiti sono altrettanto interessanti. Dopo oltre un mese in cui era sembrato “inchiodato” al livello delle Europee (17%) o addirittura sotto, il Movimento 5 Stelle fa registrare una ripresa che lo porta a sfiorare il 18%. Difficile dire a cosa sia dovuta questa (lieve) crescita, ma è certamente un dato da tenere d'occhio soprattutto nelle prossime settimane, per capire se ci saranno ripercussioni dopo il sì alla Tav, che ha scontentato parecchio non solo gli eletti del M5S ma – è lecito presumere – anche gli elettori.

La flessione del Partito Democratico invece potrebbe trovare una sua spiegazione, più che nelle continue tensioni interne tra zingarettiani e renziani (a cui per la verità gli elettori dem sembrano abituati, per non dire rassegnati), nella martellante campagna online, fatta propria da M5S e Lega, che ha accostato il PD alle tristi vicende di Bibbiano.

Stando a molti retroscena giornalistici, però, più che dal Partito Democratico sembra che Salvini sia irritato dal recente protagonismo – reale o presunto – proprio del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Sin dal giorno dell'insediamento del suo governo, infatti, i sondaggi hanno mostrato per Conte un tasso di fiducia estremamente elevato, paragonabile o superiore a quello dei suoi due vicepremier. Lo conferma anche l'ultimo Atlante Politico dell'istituto Demos, secondo cui il premier viene “promosso” da ben 64 elettori su 100, con un trend in crescita di 5 punti rispetto a due mesi fa.

Certo, Salvini è il più apprezzato tra i leader di partito con il 54%, nonché l'unico ad ottenere giudizi positivi da più di metà degli italiani, ed è certamente una buona notizia – per lui – il fatto che i suoi avversari politici più diretti (il suo alleato/rivale Di Maio, il segretario del PD Zingaretti o i “rumorosi” Renzi e Calenda) ottengano un punteggio molto inferiore al suo. Ma non è un mistero, tra gli addetti ai lavori, che l'irritazione del leader della Lega verso Conte sia dovuta anche al sospetto che il protagonismo del premier preluda ad un'operazione politica.


Ma di che tipo di operazione stiamo parlando? Alcuni vedono Conte come possibile premier di una maggioranza alternativa in caso di caduta dell'attuale esecutivo: ma in Parlamento i numeri per un accordo tra M5S e PD, escludendo la Lega, sono molto risicati – senza contare le enormi difficoltà politiche di uno scenario simile. Allora come potrebbe “spendere” la sua popolarità il presidente del consiglio? Proprio nei giorni scorsi l'istituto Euromedia ha provato a chiedere agli elettori se sarebbero disposti a votare un partito fondato dal premier. Ma i risultati non sono molto incoraggianti.


Complessivamente, solo l'8,5% degli elettori sarebbe propenso votare per un partito simile, di cui peraltro solo il 2,3% con certezza. Sono dati persino peggiori di quelli rilevati, immediatamente all'indomani delle Europee, dagli istituti Noto ed EMG, che avevano quantificato il bacino potenziale di un'ipotetica lista Conte rispettivamente al 12 e 10 per cento.

Il consenso dell'attuale presidente del consiglio tra gli italiani, quindi, almeno per ora sembra un'arma da fuoco senza munizioni: non è spendibile né per una operazione di palazzo né per una di tipo puramente elettorale. Anche se, come sappiamo, nella politica italiana le cose possono cambiare molto rapidamente.