Legge sull’aborto in Argentina, understatement di Papa Francesco

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 30 dic. (askanews) - Condanna dell'aborto, con termini anche aspri che hanno indignato femministe e medici, e rispetto per la laicità dello Stato e le sue leggi. Prende forma tra questi due poli la scelta di Papa Francesco di non commentare, almeno per ora, la storia approvazione nella sua patria, l'Argentina, di una legge che consente il libero accesso all'interruzione di gravidanza fino alla 14esima settimana di gestazione, termine che potrà essere superato nel caso in cui la gravidanza sia conseguenza di stupro o se sia in pericolo la salute della donna.

Violenza sessuale e rischio per la vita della madre erano considerate fino ad ora, in forza di una legge del 1921, le due uniche condizioni per consentire un aborto. Già nel 2018 il Senato, considerato più conservatore della Camera, aveva respinto per sette voti un testo analogo. Adesso il governo di Alberto Fernandez, peronista di centro-sinistra, è tornato alla carica e con il definitivo via libera da parte del Senato, con 38 voti a favore e 29 contrari, l'Argentina diventa uno dei pochi Paesi dell'America Latina dove l'aborto è legale.

Da Casa Santa Marta, dove risiede il Pontefice argentino, non filtra tuttavia alcun commento papale.

Il motivo, ovviamente, non è la sua simpatia politica, peraltro molto discreta, nei confronti del presidente argentino, né tanto meno una presunta condiscendenza nei confronti della nuova legge. Nel corso del tempo, e anche negli ultimissimi tempi, la posizione il Pontefice argentino ha espresso la contrarietà sua e della Chiesa cattolica all'interruzione di gravidanza con parole a volte abrasive.

"Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare?", aveva detto il Papa nel corso di un'udienza generale del 10 ottobre 2018. Erano passate poche settimane dal primo tentativo - questa volta respinto dal Senato - di legalizzare l'aborto in Argentina. "Vi domando", chiese Francesco ai fedeli presenti in piazza San Pietro: "E' giusto far fuori una vita umana per risolvere un problema? E' giusto affittare un sicario per risolvere un problema. Non si può, non è giusto far fuori un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. E' come affittare un sicario".

Linguaggio ripreso poche settimane fa e proprio intersecando il dibattito in Argentina sulla nuova iniziativa parlamentare. In una lettera autografa del 22 novembre, infatti, il Papa ha risposto ad una missiva dalle "mujeres de las villas", una rete di donne che, dal 2018, si batte per la tutela dei nascituri nelle "villas miserias" di Buenos Aires, ringraziandole per il loro "operato" e la loro "testimonianza" e incoraggiandole a "andare avanti": Quanto alll'aborto, "bisogna tenere presente che non si tratta di una questione primariamente religiosa ma di etica umana, anteriore a qualsiasi confessione religiosa". Per cui bisogna domandarsi: "E' giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema? E' giusto affittare un sicario per risolvere un problema?". Non è stato, questo, l'unico intervento del Papa nelle vicende argentine di queste settimane. Il Papa ha anche inviato un secondo messaggio il primo dicembre a un gruppo di ex alunni argentini. Ed infine c'è un terzo intervento, più articolato e meno noto nella sua integralità, scritto di suo pugno al sacerdote José Maria Di Paola, meglio conosciuto come padre Pepe, molto caro a Bergoglio, con cui ha intrattenuto un insospettato carteggio iniziato all'indomani dell'annuncio presidenziale di voler indirizzare la legge al Parlamento. In una recente missiva, ha riferito il giornalista Alver Metalli che vive in Argentina e conosce bene padre Pepe, il Papa ha insistito sul fatto che "il tema dell'aborto deve essere trattato scientificamente", sottolineando la parola "scienficiaemente".

Ancora martedì, infine, mentre il Senato iniziava la lunga seduta che sarebbe poi sfociata nell'approvazione della legge, e in piazza si radunava una folla di sostenitori della nuova normativa, Francesco, sul suo account Twitter, ha scritto un messaggio che pur non esplicitando il riferimento all'attualità sembrava un chiaro contrappunto alla imminente novità: "Il Figlio di Dio è nato scartato per dirci che ogni scartato è figlio di Dio. E' venuto al mondo come viene al mondo un bimbo, debole e fragile, perché noi possiamo accogliere con tenerezza le nostre fragilità".

Dopo l'approvazione, però, il Papa non ha twittato o parlato. Ha lasciato che parlassero altri, questo sì. "E' molto triste che con un Papa argentino e mentre al governo c'è un partito i cui fondatori e presidenti sono stati contro l'aborto, sia stata approvata una legge anticostituzionale, antiumana e anticristiana, facendosi colonizzare ideologicamente dal pensiero dominante", ha detto alla Nacion monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, argentino, cancelliere della Pontificia accadeia delle scienze sociali, in riferimento a Juan Domingo Peron, fondatore del movimento peronista, e Nestor Kirchner, presidente peronista.

Quanto alla conferenza episcopale argentina, che all'inizio del dibattito al Senato pubblicava una preghiera per la vita di Giovanni Paolo II, ha assicurato che "la Chiesa in Argentina vuole assicurare insieme a fratelli e sorelle di diverse fedi e anche a molti non credenti, che continuerà a lavorare con fermezza e passione nella cura e nel servizio alla vita", lamentando il fatto che "questa legge che è stata votata approfondirà ulteriormente le divisioni nel nostro paese" e che una parte dei dirigenti politici del paese hanno mostrato "lontananza" dai "sentimenti del popolo". Una sintesi del comunicato è stato riportato dall'Osservatore Romano che alla vicenda ha dedicato solo una breve nota di cronaca intitolata: "Approvata in Argentina la legge sull'aborto. I vescovi: continueremo a lavorare al servizio della vita".

Il motivo del silenzio papale non è misterioso. La questione non è tanto il suo approccio "misericordioso" a quelli che la Chiesa considera peccati, tanto da aver allargato, alla fine del Giubileo della misericordia, la facolta di assoluzione per una donna che ha abortito. Decisione che presuppone per il dramma vissuto da una donna che sceglie di interrompere la gravidanza uno sguardo di comprensione che spesso in passato alla Chiesa è mancato, ma che, appunto, non modifica la valutazione dell'aborto come peccato. Il punto non è neppure, almeno non primariamente, la determinazione di Jorge Mario Bergoglio di porre in secondo piano, dopo gli anni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, le tematiche che incrociano la sessualità, contestualmente ponendo l'accento su altri temi, spesso dimenticati in passato, e invece al cuore della storia della Chiesa, quali l'accoglienza dello straniero, le ingiustizie economiche, la cura della casa comune. Il vero motivo per cui il Papa non commenta è la sua radicata convinzione che Chiesa e Stato hanno ambiti distinti. Un approccio "laico", che sgancia la cattolicità dalle dinamiche partitiche o parlamentari, e concepisce la testimonianza della Chiesa non come contrapposizione alla modernità, alla società secolarizzata, alla giurisdizione civile, ma come confronto, non privo di contrasti, con l'uomo contemporaneo. Senza brandire la verità cattolica come un canone da imporre ma proponendola come fonte di ispirazione. Capace di parlare ai credenti ma anche ai non credenti, di provocare polemicamente la politica senza legare però i propri destini ad una battaglia legislativa.