"Leggendo Camus mi sono vaccinato contro la violenza. Ora è in tutti i miei libri"

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(Photo: NurPhoto via Getty Images)
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A Pordenone è tutto pronto per l’inaugurazione ufficiale della 22esima edizione di Pordenonelegge, la seconda in epoca Covid, organizzata al meglio nel rispetto delle norme necessarie e Green Pass. Fernando Aramburu arriva puntuale al nostro incontro in un pomeriggio con uno di quei caldi incomprensibili, considerando il posto dove siamo e il periodo. Su di lui, tutto questo non traspare minimamente, ma c’è solo una serenità momentanea dovuta anche al fatto che ha ricevuto il premio Crédit Agricole Friuladria per il suo romanzo più conosciuto, “Patria”, da noi pubblicato da Guanda come tutti i suoi libri, già vincitore del Premio Strega Europeo. Presto, diventerà una serie tv per Hbo, ma lui non ha scritto la sceneggiatura .

″È stata una mia scelta, ma l’unica regola che ho posto è la libertà. Non capisco nulla di cinema: intervenendo, avrei solo disturbato il lavoro di altri”. Il prossimo libro, “I Rondoni”, uscirà il 18 ottobre prossimo e a differenza dell’altro - che è un grande romanzo corale, il racconto di una comunità lacerata dall’odio, dal settarismo, dal fanatismo - “è una storia - ci spiega - che entra nell’animo di un uomo deluso, di un uomo stanco del mondo, stanco di quell’insieme di egoismo e narcisismo e mediocrità che è la vita intorno a lui”. Il protagonista, un professore che forse ha chiesto ai libri più di quanto i libri possano dare, ne ha prove anche in famiglia, a cominciare da un padre vanitoso, frustrato, violento, che ci offre alcune delle pagine più esilaranti del libro. “Un romanzo - aggiunge - che è un canto strenuo, ostinato alla vita e a tutto ciò che può ancora darci”.

In questi cinque anni, il suo libro è diventato un bestseller: nello scrivere il nuovo, ha sentito pressioni?

Assolutamente no. Ho voluto prendermi il tempo necessario e in tal senso la pandemia mi ha aiutato per concentrarmi e trovare la storia giusta. Ci sono voluti tre anni di lavoro: in Spagna è stato accolto molto bene, spero che abbia la stessa accoglienza anche qui in Italia.

Nei suoi romanzi ci ha sempre fatto vedere in che modo la violenza e la follia delle divisioni ideologiche influenzino la vita quotidiana delle persone comuni. Oggi, a che punto siamo in tal senso?

La violenza fa parte della mia letteratura, ha ragione, è il mio cavallo di battaglia che compare in tutti i miei libri. Fa parte della natura, perché è prevista nella vita e l’uomo deve farci i conti. L’ha usata per procurarsi il cibo, per sopravvivere, per difendersi. Poi è diventata qualcosa che la specie umana ha cercato di controllare con le leggi, istituendo uno stato di diritto, per poter convivere pacificamente nella società con uomini, donne, bambini, anziani e giovani. Provengo da una zona della Spagna che per disgrazia ha subìto per anni la violenza per colpa di un gruppo organizzato come lupi, leoni o iene che l’ha usata a discapito di altri.

Si riferisce all’Eta e al separatismo basco.

Si. Il separatismo basco fa parte della storia della mia terra e per me non è un tema, ma il mosaico degli eventi che ho vissuto da quando sono nato. Altra cosa da non sottovalutare, poi, è che oltre alla violenza generale, c’è anche la violenza privata, un altro grave problema della nostra società, necessario da affrontare. In Spagna si fa, si denuncia sempre, dai piccoli paesi alle grandi metropoli.

Da scrittore, su questo tema scottante, come si pone?

Per noi scrittori, la nostra visione non è di spiegare perché c’è violenza - quello spetta, semmai, ai sociologi e psicologi - ma di raccontare come si vive la violenza e che ripercussioni possa avere sulle persone. Nel romanzo, come direbbe Balzac, c’è la storia privata delle nazioni e attraverso la riflessione, le azioni e i dialoghi, si mostra come si ripercuote la storia collettiva sui personaggi.

Cosa vuol dire, oggi, essere ideologici?

È fondamentale. Non c’è niente di negativo nell’avere idee: ognuno deve avere la sua ideologia, purché sia coerente. Siamo chiamati a votare anche per questo. Il problema è quando le ideologie sono usate ai fini della violenza nelle sue molteplici forme. La violenza non è mai positiva per la popolazione. Assassinare qualcuno, ad esempio, è una maniera per silenziarla. A 15 sono stato esposto alla stessa propaganda e tentazione: avevo diritto a provocare danni a qualcuno, ma fortunatamente, a 18 anni, leggendo Camus, mi sono vaccinato contro la violenza.

Il rumore scatenato dalla nostra epoca cosa le suggerisce e quali pericoli le fa immaginare?

Sono un mero e osservatore del genere umano, la mia è una prospettiva personale. Si dice che gli scrittori offrano al pubblico un modo diverso di vedere le cose. Compito e aiutare a interpretare la realtà in maniera indipendente. L’epoca è stata sconvolta dalla pandemia: siamo alla fine di un ciclo, le democrazie e sono migliorate ora siamo In una zona di dubbio in cui i tabù, però, ricompaiono. Per secoli ci siamo combattuti tra popoli: ora dobbiamo chiederci tutti insieme quale sarà il nostro futuro. Auspico un avvicinamento tra i Paesi europei a livello sociale, sportivo ed economico. Sono stati i social ad aver avuto una influenza negativa sulla nostra società.

Che valore ha la letteratura in questo momento di passaggio? Quanto può aiutarci?

Credo che possa aiutarci, perché ha un accesso diretto alle coscienze dei cittadini, ma non avrà mai la stessa caratteristica e immediatezza dei dibattiti politici o programmi televisivi e radiofonici, visti da più persone. Per essere un vantaggio bisogna considerare questo, che la comunicazione è peculiare, si scrive e si legge da soli. La letteratura influisce sulle persone singolarmente nella loro intimità: il suo ruolo è rendere la comunicazione più intima possibile.

Che effetto avrà la pandemia sulla letteratura che verrà?

L’essere umano ha compensato le difficoltà avute in quel periodo con una irrefrenabile voglia di gustarsi una festa e la commedia. Secondo me, si vorranno mettere da parte i problemi e dimenticarli. Questa è la la mia sensazione, ma forse mi sbaglio.

C’è un rischio per la democrazia ?

La democrazia è un grande traguardo dell’umanità. Si basa sul diritto, non sulla legge del più forte. Oggi puntiamo alla convivenza, ma dobbiamo darla per scontata in modo che venga trasmetta alle generazioni future. Occorre controllarla e conservarla, perché è un bene prezioso.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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