L’epidemia ama solo se stessa. Da "La peste nuova" di Fulvio Abbate

Carlo Renda
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Ventiquattro anni dopo ”La peste bis”, Fulvio Abbate è autore de “La peste nuova”, edito da La Nave di Teseo, disponibile come eBook da oggi. Huffpost pubblica un capitolo del libro:

È stato allora che mi sono ricordato di avere partecipato al concorso per ottenere l’abilitazione da narratore. Eravamo circa più di quattromila, venuti da ogni parte del Paese, più i molti stranieri. Le prove scritte si svolgevano in un complesso fieristico: una distesa di banchi sovrastati da luci che cancellavano le ombre. Alcuni, in ossequio a un costume piccino, si erano presentati in abito da testimone dello sposo e scarpe lucide nere con i lacci. C’erano anche molte donne, queste si tenevano in disparte, forse nel timore che la maggior parte degli elaborati avessero, da parte di noi maschi, uno svolgimento prevedibilmente greve, un po’ come il racconto del ragazzo inesperto che si reca presso una prostituta che brutalmente gli propone un 69, e un attimo dopo inizia a comporre il quadro vivente, peccato che il giovane, incapace di comprendere la geometria sghemba della posizione, si rivolga alla professionista con queste esatte parole: “Signora, proviamo la 70, perché la 69 mi viene stretta!”

A un certo punto, intorno alle nove meno venti del mattino, i promotori del concorso hanno preso a consegnare i plichi a ogni partecipante, una busta arancione, colore da cancelleria burocratica per eccellenza, lì dentro avremmo trovato le tracce da scegliere per comporre la nostra storia.

Nel mio incartamento c’erano tre immagini. Raffiguravano, nell’ordine: Henri d’Orléans, figlio di Louis Philippe, re di Francia. Henri, duca d’Aumale, politico e militare francese, nato a Parigi nel 1822 e deceduto in Sicilia nel 1897. Un ritratto a olio lo mostrava in uniforme, il dolman nero con gli alamari e i nodi ungheresi sul petto, la sciabola, il chepì rosso; l’altra, una foto, lo restituiva sul letto di morte, ormai vecchio, composto con un abito scuro, un crocifisso sul petto, le scarpe e le ghette bianche ai piedi; i ceri intorno, quattro suore sedute a vegliarlo, prefiche silenziose, religiose della chiesa locale di Giardinello, il duca era morto infatti nel suo feudo dello Zucco. La terza foto mostrava invece la cover di un disco, Cheap Thrills, di Janis Joplin e dei Big Brother and the Holding Company, realizzata in stile fumetto psichedelico e lisergico da Robert Crumb, disegnatore sia di donne procaci sia di Dio con la sua lunga barba bianca. Ho scelto la seconda, mi sono messo subito al lavoro sul foglio protocollo.

Muovendo dalle tracce occorreva comporre la propria storia, la propria barzelletta. I miei colleghi scrittori, abituati a creare storie famigliari o di genere poliziesco o magari noir, ossessionati dai plot, non ho voluto immaginare in che modo, partendo dalle immagini ricevute, ne sarebbero venuti fuori. Avevo con me, oltre al dizionario, testo consentito, un saggio dove un semiologo tracciava una propria biografia frammentaria includendo a margine del testo alcune foto del suo vissuto personale, fino all’ultimo ho temuto che, se i sorvegliati me lo avessero trovato, avrei dovuto fare a meno, così è stato: “Mi fa vedere cosa nasconde lì, sotto il golfino? Bene, lo riavrà alla fine della prova.”

L’autentico inventore di barzellette non racconta nulla in pubblico, anzi, si guarda bene dal mostrare la propria persona, assente com’è alle pulsioni del narcisismo dichiarato; un paradosso in epoca di esibizionismo, femminile e maschile, ostenta- to nei social della rete perfino in forma di reciprocità onanistica.

Similitudini paradossali, ciononostante l’inventore di barzellette, metaforicamente ragionando, mostra lo stesso fare dell’individuo in mimetica che dissemina il terreno di mine e poi, dopo averle occultate sotto il suolo, si allontana, senza restare in attesa dell’esito che avrà il suo lavoro: l’esplosione, le mutilazioni, i morti che gli ordigni procureranno agli altri, come è accaduto a Robert Capa in Indocina nel 1954.

Perché l’inventore di barzellette non ha ragioni di manifestare passione; una volta esaurito il compito, collocata la storia nello spazio immateriale del mondo, della parola e del discorso, dell’intrattenimento, del Milk Bar.

Sono le sei e mezza del tardo pomeriggio, quasi sera, di domenica 30 settembre 1956, quando una deflagrazione squassa il Milk Bar di Algeri. Il locale è affollato, i morti sono tre, i feriti più di dodici. La bomba che ha causato l’esplosione è stata piazzata poco prima da Zohra Drif, ventidue anni, mili- tante dell’FLN, Fronte di Liberazione Nazionale, che chiede l’indipendenza dalla Francia.

Il Milk Bar c’è ancora, sempre lì, nel centro città, al 40 di rue Larbi Ben M’hidi, la via ora è dedicata a chi ordinò allora l’attentato, i tavolini all’aperto danno su piazza Emir Abdelka- der. Avvenne durante la Battaglia d’Algeri. Nel film di Gillo Pontecorvo l’episodio tragico è ricostruito con meticolosità da thriller. In un’intervista rilasciata nel 2012, Zohra, settantottenne, racconta la sua azione di guerriglia urbana con lucidità, citando una frase propria della loro insurrezione: “Mettez la révolution dans la rue, et vous la verrez reprise e portée par des millions d’hommes”, “Portate la rivoluzione nella strada, e la vedrete ripresa e sostenuta da milioni di persone”.

Il Milk Bar possiede ora anche la sua pagina Facebook; il negozio accanto ha un’insegna con su scritto “Casa mia”, tra le foto giganteggiano due gattini.

Il caso di noi inventori di barzellette è simile a questo esempio.

Un istante dopo l’inventore di barzellette è alle prese con la mina successiva, è a una nuova storia che già pensa, come se passasse da un Milk Bar all’altro. Nella sua crudezza, questa metafora dovrebbe restituirne il concetto primario.

La Peste nuova (Photo: La Nave di Teseo)
La Peste nuova (Photo: La Nave di Teseo)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.