L'equazione di governo che non riesce ancora ai talebani

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(Photo: Anadolu Agency via Anadolu Agency via Getty Images)
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Annunciato, rinviato due volte e ancora avvolto nel mistero. Non tanto nella leadership, quanto nella composizione, che è sotto gli occhi del mondo intero. Il Governo dei talebani nell’Emirato islamico d’Afghanistan sembra una chimera. Previsto per oggi, dopo che la presentazione era già saltata ieri. In mattinata la notizia di un nuovo rinvio. Il Governo insomma non è una passeggiata. “La formazione dovrebbe avvenire la prossima settimana” ha detto il portavoce dei Talebani Zabiullah Mujahid. “Sarà inclusivo” assicura ad Al Jazeera il mullah Abdul Ghani Baradar, che dovrebbe guidarlo, “il Governo sarà responsabile con tutti e garantirà sicurezza perché questo è necessario per lo sviluppo economico, non solo in Afghanistan ma in tutto il mondo”.

Solo parole e voci, che si inseguono da giorni. Prima il New York Times che ha rivelato che il potere supremo su un nuovo consiglio di governo afgano dovrebbe essere detenuto dal leader religioso Haibatullah Akhundzada, che dalla presa del potere dei talebani non è mai comparso in pubblico. Poi altri media che fanno sapere che capo del governo sarà Baradar. Ma sono gli stessi talebani a mantenersi vaghi. “Senza alcun dubbio, sarà islamico. Qualunque sia la combinazione, che sia islamico è garantito” ha affermato Zabiullah Mujahid.

“Il ritardo nella formazione del governo è dovuto soprattutto al fatto che la presa del potere da parte dei talebani e la caduta della Repubblica Islamica e di Kabul è stata molto veloce, più rapida di quanto si aspettavano i talebani” spiega ad Huffpost Giuliano Battiston di Ispi. Secondo il giornalista e ricercatore il gruppo di fondamentalisti si aspettava di avere “più tempo per poter organizzare sia il governo che l’architettura istituzionale per governare”. Inoltre, continua Battiston, i talebani hanno ritardato la costruzione del governo perché “volevano che anche l’ultimo soldato straniero si ritirasse dal Paese”.

“Volevano e vogliono la piena sovranità” osserva Battiston. Gli altri due elementi alla base del ritardo sono, secondo il giornalista, la rivolta nel Panshir e i dissidi interni all’organizzazione fondamentalista. E poi c’è la crisi economica, che secondo lo studioso, può “mettere in crisi la sovranità dei talebani nel Paese”.

La rivolta nel Panshir

I talebani potrebbero aver deciso di rimandare la formazione del governo per la situazione nella valle del Panshir, dove l’ultima sacca di resistenza guidata da Ahmad Massoud sembra aver arrestato l’avanzata del gruppo islamico. Secondo Massoud, figlio del celebre comandante Ahmad Shah Massoud ucciso nel 2001 da Al-Qaeda, i talebani hanno offerto al Fronte Nazionale della Resistenza due seggi nel nuovo esecutivo che vogliono creare. Ma, ha spiegato Massoud, “ciò che chiedevamo era un futuro migliore per l’Afghanistan. Non abbiamo nemmeno preso in considerazione l’offerta”. Fahim Dashti, portavoce di Ahmad Massoud, figlio 32enne del comandante Ahmad Shah Massoud, ha affermato: È ″indistruttibile la Roccaforte della Difesa″. Su Twitter ha parlato di ″scontri con i Talebani che hanno raggiunto le alture di Darband e poi sono fuggiti, schiacciati dalle forze della Resistenza nazionale″. ”È stato il più amaro dei giorni″, ha detto Dashti. Battiston ritiene che questo sia uno dei principali motivi per cui i talebani hanno ritardato la formazione del governo. ”È complicato annunciare un governo che pretende di essere pienamente al potere, ma con una parte del Paese che è in mano ad un gruppo concorrente. È uno scacco al tentativo dei talebani di diventare padroni dell’Afghanistan. Non è un caso che attorno al Panshir si stia giocando un conflitto militare e mediatico” afferma Battiston.

Se per i talebani la conquista della valle appare imminente, al punto da aspettarla per annunciare il nuovo governo, i miliziani sembrano puntare a resistere fino all’arrivo della cattiva stagione. Uno dei leader della resistenza, Amrullah Saleh, ha respinto le notizie diffuse dai talebani secondo cui avevano conquistato la valle; ha però ammesso che le condizioni sono difficili. Gli estremisti islamici hanno infatti oscurato internet e bloccato le linee telefoniche ed elettriche. L’unica notizia certa l’ha fornita Emergency: nella loro avanzata i talebani hanno raggiunto il villaggio di Anabah dove l’Ong italiana gestisce un centro chirurgico e pediatrico e un centro di maternità.

Le prossime settimane, secondo gli auspici dei combattenti, potrebbero essere cruciali per determinare il destino della resistenza anti-talebana. “Non si sa che cosa accadrà nel Panshir - afferma Battiston - se i rivoltosi riescono a tenere le loro posizioni per le prossime settimane, la situazione potrebbe entrare in uno stallo che gioca a loro favore”. Sarà dunque il fattore ‘tempo’ a rivestire un ruolo primario per capire da che parte penderà l’ago della bilancia, secondo un’analisi pubblicata sul sito della Bbc. La leadership talebana vuole schiacciare Saleh e il suo gruppo prima di annunciare l’atteso nuovo governo. Ma se non dovessero riuscire nell’impresa entro la fine di ottobre, è probabile che i rigidi mesi invernali impediscano ulteriori offensive su larga scala dando fiato ai miliziani di Massoud.
Quindi, se il fronte di resistenza riuscirà a tenere la sua posizione per qualche altra settimana, potrebbe guadagnare quel tempo necessario per provare a persuadere le potenze straniere ad aiutare la causa. I sostenitori del nuovo governo, hanno accolto le voci di una caduta del Panshir nella mani dei talebani sparando in aria a Kabul per festeggiare quella che già si considerava come una vittoria. Le agenzie afghane hanno parlato di 17 morti e 41 feriti con i portavoce del regime costretti a invitare le persone a smettere di usare le armi da fuoco, minacciando arresti.

I malumori tra le fazioni interne

Il successo dei talebani come insurrezionisti si basava sulla loro capacità di rimanere coesi nonostante gli sforzi della Nato per frammentare il gruppo. Ma la sfida del gruppo di mantenere la coesione tra le sue molte diverse fazioni di varia intensità ideologica e interessi materiali è più dura ora che è al potere. “Nei talebani c’è la leadership, ma poi ci sono diverse cupole che hanno avuto sempre mire strategiche diverse, finanziatori diversi. In questi anni hanno sempre portato avanti la battaglia comune da una parte, l’interesse del gruppo dall’altra. Ora che l’obiettivo comune è stato raggiunto, le spinte centrifughe sono più forti” aggiunge Battiston.

In particolare esistono pesanti malumori tra i pashtun del sud, i pashtun dell’est e i tagiki. Le fazioni hanno idee disparate su come il nuovo regime dovrebbe governare in quasi tutte le dimensioni della governance: inclusività, gestione dei combattenti stranieri, economia e relazioni esterne. Molti comandanti sul campo di battaglia di medio livello - più giovani, più collegati alle reti jihadiste globali e senza esperienza personale del governo mal gestito dei talebani degli anni ’90 - sono più intransigenti dei principali leader nazionali e provinciali più anziani.

La stasi politica acuisce i conflitti interni. Soprattutto i talebani dell’est minacciano di passare allo stato islamico, perché vorrebbero ottenere una rappresentanza ai vertici dello stato che però vedono molto lontana. C’è già stata una defezione significativa, di Mullah Mansur Hesar, comandante di un fronte con cinque comandanti ai suoi ordini, per un totale di 100-150 uomini. Secondo fonti locali, Mullah Mansur avrebbe deciso di prendere la decisione perché era stato ignorato nelle nomine dei talebani alla guida della provincia di Nangarhar. La stessa cosa potrebbe accadere per molti altri capi militari, che ora minacciano i leader talebani. I talebani, secondo Battiston, si trovano davanti ad un conflitto. “Se alla loro purezza ideologica perderebbero una parte dei loro militanti che potrebbero dirigersi verso gruppi militanti più radicali, se invece la mantenessero perderebbero le competenze e i lavoro dei cittadini di cui hanno estremo bisogno per mandare avanti il paese” commenta il giornalista.

La crisi economica e umanitaria

Le fazioni interne ai talebani hanno idee diverse anche su come gestire la crisi economica. L’arrivo al potere delle milizie coraniche ha avuto come prima conseguenza lo stop agli aiuti internazionali di cui il Paese ha beneficiato negli ultimi 20 anni. Tra il 2002 e il 2020 il Pil del Paese è passato da 4,055 miliardi a poco meno di 20 miliardi di dollari. E la dipendenza dagli afflussi di denaro dall’estero si è ridotta da oltre il 90% a circa il 40% del Pil. Ma la spesa pubblica resta finanziata al 75% dai prestiti agevolati stranieri. Ritrovare l’accesso a questi fondi è cruciale per il nuovo governo talebano, che si è visto anche congelare riserve monetarie per 9 miliardi di dollari per lo più conservate all’estero: 7 miliardi presso la Fed, 1,3 miliardi presso altri conti internazionali e 700 milioni presso la Bri. In mano ai nuovi ‘padroni’ di Kabul non resterebbero che 18 milioni di dollari per pagare gli stipendi e sfamare la popolazione in difficoltà. In un incontro recente con esperti del settore bancario, i talebani hanno dovuto accettare il fatto che riaprire le banche porterebbe a una corsa ai risparmi, che distruggerebbe il sistema bancario. Non riaprire le banche, d’altra parte, strangola l’economia. Senza un accordo con gli americani riguardo ai fondi della banca centrale, depositati negli Stati Uniti, lo stato dei talebani non potrà pagare i salari ed è destinato ad implodere.

Il ritiro statunitense ha inoltre spinto Western Union e MoneyGram a interrompere le transazioni verso l’Afghanistan, bloccando un flusso di rimesse che nel 2020 ha sfiorato gli 800 milioni di dollari. E senza biglietti verdi difendere il cambio e’ destinato a rivelarsi impossibile, con conseguenze drammatiche per un Paese che nel 2020 ha registrato uno squilibrio commerciale pari a 5,76 miliardi, frutto di importazioni per 6,537 miliardi ed esportazioni per 776 milioni.
A Kabul i cittadini denunciano aumenti fino al 35% dei prezzi dei beni di prima necessità e la corsa ai prelievi ha esaurito la liquidità di molte banche.

I talebani sono consapevoli che devono ricostruire l’economia del Paese. E hanno più volte affermato di aver bisogno di aiuti internazionali. “I fondamentalisti sanno che la crisi economica è un elemento che può portare ad un indebolimento progressivo del loro progetto politico. Se non riusciranno a dare il lavoro alla maggior parte dei disoccupati la popolazione sarà ancora meno disposta ad accettare un governo illiberale e repressivo” commenta Battiston.

Gli studenti coranici hanno dichiarato di non voler vivere di oppio, che al momento rappresenta la principale produzione afghana. “L’Afghanistan da oggi sarà un paese libero dai narcotici ma ha bisogno di aiuti internazionali. La comunità internazionale ci deve aiutare così che possiamo avere coltivazioni alternative”, ha detto il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid. Circa l′80-90% dell’oppio mondiale e’ coltivato nel Paese. Secondo l’Onu, al lordo delle spese, si tratta di un commercio che vale tra 1,2 e 6,6 miliardi di dollari all’anno.
Durante gli anni di guerriglia, i talebani si sono finanziati principalmente imponendo dazi sulle merci che transitavano sui territori da loro controllati. Tutto lascia pensare che per molti anni sarà ancora questa la prima fonte di approvvigionamento per il nuovo regime, intenzionato a valorizzare, grazie alle migliorate condizioni di sicurezza, la posizione geografica del Paese, vero e proprio crocevia dell’Asia centrale.

In futuro, però, l’obiettivo è sfruttare l’enorme ricchezza contenuta nel sottosuolo afghano, che alcuni studi valutano tra i 1.000 e i 3.000 miliardi di dollari. Secondo la United states geological survey (Usgs), potrebbero essere presenti fino a 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 miliardi di tonnellate di ferro, oltre a cobalto, oro e altri metalli preziosi. Ma a fare gola sono soprattutto gli 1,4 milioni di tonnellate di un’altra tipologia di minerali, le cosiddette terre rare, come litio, lantanio, cerio, neodimio, il vero carburante del futuro.

Ora la formazione del governo è stata annunciata per la prossima settimana e secondo Battiston questa volta l’annuncio dei talebani è credibile. “Sono passate tre settimane da quando è stata conquistata Kabul, la popolazione ora vuole sapere chi amministrerà lo Stato. Inoltre ci sono tante spinte da parte di attori internazionali che vogliono stabilità del governo. Credo quindi che il governo verrà formato a breve, altrimenti le pressioni crescono troppo e insieme a loro le preoccupazioni degli afgani”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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