L'eredità di Antonio Megalizzi, giornalista

paolo borrometi

Il 14 dicembre di un anno fa si spegneva la giovane vita di Antonio Megalizzi, 29 anni, giornalista, ucciso da un proiettile esploso a Strasburgo, tre giorni prima, in un mercatino di Natale, da un terrorista. Una morte che ha commosso tante persone, non solo in Italia, perché la storia di Megalizzi è quella di un giovane perbene, bravo nel suo lavoro, appassionato e pieno di ideali. Era un europeista convinto, Antonio. "Per lui l'Unione Europea non era un'entità astratta - spiega David Sassoli, presidente del Parlamento europeo e giornalista come lui - ma un'istituzione portatrice di valori universali, una realtà concreta, un luogo di scambio e di elaborazione di idee. Antonio, che era un brillante comunicatore, lo abbiamo conosciuto al Parlamento europeo nella sua attività di cronista impegnato a far conoscere l'Europa ai giovani". Sassoli ha firmato la prefazione di un libro scritto da un altro giovane giornalista, Paolo Borrometi, vicedirettore dell'Agi, libro uscito in questi giorni per i tipi di Solferino. Si intitola 'Il sogno di Antonio', racconta chi era Megalizzi e raduna alcuni dei suoi scritti più recenti. Quello che segue è il prologo dello stesso Borrometi.

Antonio ne aveva tanti, di ideali e di sogni. E non sognava a occhi aperti, lui non era un ingenuo. I suoi non erano di quei sogni che si dissolvono al risveglio. Faceva sogni concreti, lui, e non dava mai nulla per scontato. Lui che era sempre di corsa, lui che non aveva mai tempo, lui che viveva intensamente, lui che non vedeva l'ora di crearsi una famiglia. Lui che mentre certa politica con i suoi toni perentori cerca di convincerci che l'Europa è «brutta e cattiva» e il mondo un luogo insicuro, da riempire di porte, di muri e di confini, credeva invece moltissimo in un futuro aperto, senza barriere, e nel progetto europeo. Era il suo sogno, e va difeso. Così potrà continuare a fare cose per noi, a lottare e a vivere, proprio come non ha mai smesso di farne Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell'Università di Cambridge ucciso in Egitto nel 2016, che ancora aspetta giustizia.

Antonio Megalizzi era un ragazzo semplice, normale: questo voleva essere. Non gli sarebbe piaciuto che qualcuno scrivesse un libro per commemorarne la memoria rendendolo un martire o un eroe. E nemmeno diventare simbolo di chissà quale «meglio gioventù» trasformandosi in una figura stereotipata e lontana, Antonio non lo avrebbe mai voluto. Per questo non ho scritto un libro su di lui, ma un libro per lui.

Antonio e io non ci siamo mai incontrati di persona, cosa che rimpiango molto, vivendo nel suo stesso mondo. Molto meglio di me avrebbero potuto scriverne i suoi amici e colleghi. Però ho potuto conoscerlo attraverso ciò che ci ha lasciato (scritti pubblici e privati, che non troverete in questo libro), e mi sono innamorato di ciò che era: un entusiasta, un passionale, un giovane contagioso e travolgente, tutto quello che ogni ragazzo della sua età dovrebbe essere. Per questo a raccontare di lui in queste pagine saranno anche i suoi articoli e le sue annotazioni, e io a far da tramite: gli presto la penna, la tengo per lui, ma lascio ad Antonio le parole e proverò a restituirlo a quanti lo hanno amato attraverso quelle dei suoi cari.

Il 14 dicembre 2018 ho saputo cosa gli era accaduto mentre ero a un incontro a Siracusa. «Antonio non c'è più» mi scrisse una persona a me molto cara. Lo chiamò solo per nome, come se quel ragazzo lo conoscessimo tutti personalmente, come se la sua vita fosse quella di un nostro fratello, di un cugino, di un amico. Nelle ore successive a quella che oggi è ricordata come la strage dei mercatini di Strasburgo, del resto, un po' tutti abbiamo pregato e sperato che Antonio ce la facesse, invocando un miracolo. È stato lì che per tutti è diventato semplicemente «Antonio» (o Anto, come lo chiamo talvolta in queste pagine) ed è entrato nelle nostre vite consegnandoci per sempre l'immagine di quel suo meraviglioso sorriso sornione.

Pochi giorni dopo la sua morte mi capitò di conoscere la mamma Anna Maria e la fidanzata Luana. Era ancora troppo presto per parlare, e certamente per sorridere. Anna Maria invece mi guardò, e nonostante fosse distrutta mi sorrise in silenzio. La notte successiva, e poi in molte altre, ho pensato a lungo a lei. In quel suo sorriso ho rivisto quello di mia mamma, ho ritrovato i suoi silenzi e i suoi abbracci accudenti di quando ero piccolo, il suo Paoletto. Che poi per ogni madre un figlio piccolo lo rimane sempre, si sa. Per lei resto Paoletto.

Ho ripensato ai tanti momenti bui che con le mie scelte di vita le ho destinato, ai silenzi, alle preoccupazioni, alle tante sofferenze che le impongo. Come in quel maledetto 16 aprile del 2014, quando seppe che mi avevano aggredito e mi trovavo in un letto di ospedale. E alle sue lacrime del 10 aprile di quattro anni dopo, quando per telefono le dissi che gli inquirenti avevano scoperto un attentato con un'autobomba pianificato per farmi saltare in aria insieme ai miei «angeli» della scorta, che ormai sono parte anche dei suoi affetti e della sua vita, non solo della mia. Ho ripensato alla violenza delle armi, a quel proiettile che è entrato di prepotenza nella vita di Antonio fino a strappargliela, e a quelle condanne a morte che la mafia ha emesso contro di me. Tutto solo per un ideale: raccontare. Lo stesso che aveva Antonio.

Pochi giorni dopo l'abbraccio con Anna Maria e Luana ebbi modo di conoscere anche il resto della famiglia: il padre Domenico (ormai per me diventato semplicemente Mimmo) e poi Federica, la sorella. A tutti loro non ho mai saputo quali fossero le cose più opportune da dire, a volte il silenzio è più eloquente delle parole. In quel nostro incontro rimasi a guar- darli incantato, come ho continuato a fare nei tanti appuntamenti che in seguito ci sono stati. Ho visto le loro lacrime discrete, ne ho apprezzato la forza, la ferma volontà di non arrendersi mai «perché Anto merita che si continui a parlare di lui». Ammiro la tenacia con cui hanno saputo trasformare il loro immenso, indescrivibile dolore in quella Fondazione che oggi porta il nome di Antonio, perché il suo ricordo possa non sbiadire mai e lui continuare a essere un esempio di normalità da imitare per quanti avranno il coraggio di portare avanti le sue idee: non disperdere i suoi sogni, questo è quello che ci invita a fare la famiglia Megalizzi. Ed è così che ho inteso questo libro: un tentativo per far rivivere le sue passioni.

Me lo sono immaginato spesso, Antonio. Anche insieme a Bartosz Pedro Orent-Niedzielski, trentacinque anni, detto Bartek, l'amico di mille chiacchierate lunghe e spensierate, colpito con lui quel maledetto 11 dicembre, mentre si guardavano e si sorridevano come tante volte, senza sapere che sarebbe stata l'ultima. Pensieri che rimandano a un altro loro coetaneo, l'autore di quella tragedia così inspiegabile, Cherif Chekatt, il loro carnefice, e a sua madre, che condivide con le altre due la sofferenza di aver perso un figlio, anche se è stata proprio la violenza folle della sua mano a provocare le morti di quel giorno. Riflessioni che inevitabilmente mi riportano a uno scritto di Antonio, il primo che ho letto, Cielo d'acciaio. Un racconto lucido, denso, preciso, che leggere alla luce di quanto è successo fa gelare il sangue. Con grande chiarezza Antonio spiega che alla minaccia del terrorismo non si può rispondere con la stessa violenza, che la logica del «distruggere per non farsi distruggere» non è un ragionamento vincente, perché sarebbe un po' come dire che bisogna «accoltellare gente a caso per strada perché uno di questi un giorno potrebbe farlo a te». Parole che tolgono il fiato, ma che ci danno la certezza che lui con uno come Chekatt avrebbe sicuramente provato a parlare e confrontarsi, quantomeno per spiegargli la sua visione del mondo.

Un mondo in cui nessuno si sarebbe mai sognato di sparare a un altro uomo per scongiurare il rischio di morire, un giorno, per mano sua. La ferocia di Chekatt si riflette nell'assoluto contrasto con gli ideali di Antonio, racchiusi nel compito che spetta a ognuno di noi: vincere l'odio. Non fomentarlo, mai, perché il senso di umanità deve continuare a venire prima di tutto. Ed è lo stesso sentire che ci impone di liberarci da qualsiasi colonizzazione ideologica che ci porti a vedere, in un uomo che viene dal mare, un temibile invasore. Perché di colonizzazione dovrebbe essercene una soltanto: quella della nostra umanità. Ma non saranno il terrorismo, le mafie, la paura a convincer- ci che sia meglio odiare, e a farcela perdere. A cedere. Antonio ci ha insegnato l'esatto opposto. A lottare per i nostri sogni, a non arrenderci, a non diventare schiavi della violenza terroristica né, aggiungo io, di quella mafiosa. Uno come Antonio, d'altronde, era un bersaglio perfetto: un ragazzo che con la sua vita e i suoi tanti progetti, costruiti con amore, ha saputo offrire la risposta più profonda anche a quel crimine che poi glieli avrebbe strappati.

Il sogno di Antonio è un'immagine plastica: giovane cittadino del mondo con un sogno di lungo periodo, quello di scrivere, di fare giornalismo, di raccontare storie e di vivere d'Europa. Un ideale e un progetto, quello europeo, che lui si impegnò a condividere e a diffondere con un linguaggio nuovo rivisitando un mezzo antico, quello radiofonico, uno dei suoi amori più grandi, sicuro che sapesse coinvolgere, unire, costruire legami meglio di qualsiasi altro. La radio ascolta e suggerisce, ci informa e ci trasforma: Antonio ne era certo, e le riconobbe sempre un ruolo principe tra i media nel trasmettere passioni e cultura. Chiuderanno questo libro alcuni suoi scritti scelti, insieme a un breve elenco di testi e di siti a corredo delle riflessioni di Antonio, per chi avesse voglia di continuare a leggere, a conoscere e a discutere di Europa. Un passaggio di testimone per tutti quei giova- ni, donne e uomini entusiasti, profondi e curiosi che come lui la sognano, e per gli scettici – secondo le più recenti statistiche una minoranza – che invece non ci credono, nella speranza che possano farsi un'idea più completa di cosa sia davvero l'Unione Europea, di come operi, di come sia organizzata e di cosa significhi per noi tutti.

Magari un giorno, chi lo sa, potrebbero essere proprio loro a rispondere alle tante critiche mosse alla sfida che rappresenta ancora oggi il suo completamento. Se molto è già stato fatto, resta ancora tanto da fare. E il suo successo o il fallimento dipendono da ognuno di noi. Perché per portare a termine quel progetto non bastano solo la forza della ragione, delle istituzioni o le pressioni degli interessi pro-europei: servono la tenacia, l'audacia, la passione e l'entusiasmo di chi la sogna l'Europa, di chi crede che un futuro di pace, solidarietà e benessere per tutti, in Europa e nel mondo, sotto il segno della libertà e della democrazia siano ideali nei quali valga la pena credere e per i quali valga la pena lavorare e lottare.

Possiamo e dobbiamo farcela, tutti, se ci crediamo davvero. «Vado e vengo da Strasburgo» diceva Antonio agli amici, concludendo con una frase che rivela tutto di lui, di come il «Mega» fosse, e resterà per sempre, il miglior coach per sé e per gli altri: «È che devo farcela. Punto!».

In fondo, è davvero tutto qui.