L'erto Colle, tra nonno Mario e bisnonno Silvio

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Il senso dei nonni (e dei bisnonni) per il Quirinale. Mario Draghi ieri in conferenza stampa ha avuto (e sapientemente usato) un guizzo di umanità: “Sono un nonno al servizio delle istituzioni”. Oltre il premier di un governo apprezzato trasversalmente, oltre la personalità che secondo l’Economist ha fatto fare all’Italia il salto di qualità, oltre il banchiere centrale che si preoccupa dei prezzi del gas e smonta pezzetto per pezzetto il superbonus, c’è appunto un nonno. Al servizio, prima di tutto, dei nipotini. E sarà un caso se proprio mentre ne stoppava con un “no grazie” il percorso, il principale competitor Silvio Berlusconi rivelava a sorpresa la caratura di bisnonno. Nel senso che la primogenita di Pier Silvio, dunque nipote del Cavaliere, è diventata a sua volta – ad aprile, ma si è saputo solo adesso – mamma di una bambina.

Ed è un’ulteriore coincidenza il fatto che la circostanza riguardi due personaggi intorno a cui ruota il dibattito sul presidenzialismo. Berlusconi perché lo accarezza da tempo, ritiene (come molti dei suoi) che con l’elezione diretta avrebbe già espugnato il Colle, e Giorgia Meloni lo fa sognare con la proposta di riformare subito la Costituzione alla francese. Draghi perché, come ha intuito Giorgetti prima degli altri, lo standing da “salvatore della patria” dell’attuale premier unito all’incrocio istituzionale senza precedenti porterebbero a un “presidenzialismo de facto” (di cui prendere atto, e amen). E guarda caso, il varco aperto da Draghi all’immagine di sé che porta al parco i nipotini e racconta loro le fiabe prima di addormentarsi, è stato accolto dalla politica con un’ironia malcelata che prelude a reazioni meno composte. Forse per paura del diluvio atteso se il premier lasciasse prematuramente Palazzo Chigi, che ha spinto Salvini a citare Lorenzo de Medici. O per consapevolezza che, mentre affidava l’alta responsabilità della scelta al Parlamento (cioè ai leader dei partiti) l’ex Supermario dal volto umano parlava già direttamente ai cittadini, agli italiani, ai referenti di ogni presidente della Repubblica che si rispetti.

Inutile girarci intorno: nonni e politica in Italia vanno spesso a braccetto (la questione demografica si annida ovunque). Nel 2006 alla piccola Chiara, una delle nipotine di Romano Prodi, fu regalata una t-shirt bianca con scritta rossa: “Nonno for President”. Due anni dopo, sfiduciato dal Senato e premier dimissionario, il Professore si divincolava da suggestioni di altri incarichi: “Cosa farò d’ora in poi? Il nonno”. L’anno scorso, intervistandolo per il compimento degli 80 anni, ha riprovato a stuzzicarlo il “Corriere”: “C’è chi dice che io sia un nonno al Quirinale? Bene, di questa espressione mi interessa solo la parola nonno. Un nonno felice. Prima di andare in pensione a me piaceva fare il premier. Ma non ho mai puntato alla presidenza della Repubblica. Nemmeno ora. Peraltro gli oltre 101 che in Parlamento votarono contro di me, ci sono ancora”. Nonno sì ma non fesso.

La nonnitudine, del resto, accomuna molti di quanti finiscono nel toto-nomi per il Quirinale. Non Pierferdinando Casini, che pubblicando su Instagram una sua foto in poltrona con maglione natalizio e bambina bionda in braccio precisa: “Non chiamatemi nonno!! Sono solo zio!!!”. Seguono molte faccine. Pur dotato di nipoti, o forse per quello, Sabino Cassese si chiama fuori: “Se qualcuno mi propone, gli mando il mio certificato di nascita”. Pluri-nipotato anche Giuliano Amato, che già vent’anni fa in un convegno bastonava i padri attempati: “Chi ha fatto figli a 80 anni e sa che morirà tra dieci significa che non ha pensato al futuro del figlio ma solo al sesso”. Meglio, a quell’età, seguire la linea Draghi: dedicarsi ai figli dei figli. E alle istituzioni.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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