L'età di "Mutti", mamma di Germania

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(Photo: CHRISTOF STACHE via Getty Images)
(Photo: CHRISTOF STACHE via Getty Images)

La migliore parola è quella che non si dice. Il motto siciliano deve essere arrivato in Meclemburgo. Cresciuta lì in piena guerra fredda, Angela Merkel lo ha applicato più volte nella sua carriera politica, a cominciare dalle elezioni del 2005. Gerhard Schröder, sicuro di vincere, con tono arrogante le chiese se si potesse immaginare che il suo partito avrebbe mai accettato una coalizione guidata da Merkel. Dinanzi a quell’inconsueto attacco personale la sfidante restò in un silenzio composto, che disse molto e piacque ancora di più. Da allora sarebbe rimasta al governo per sedici anni di fila e avrebbe dosato con cura parole e silenzi.

Adesso la Cancelliera aspetta con calma solo di vedere se resterà in carica fino al 17 dicembre, per battere quel giorno il record – sinora di Helmut Kohl - di longevità alla guida del governo della Germania del dopoguerra. Nel frattempo, dopo non poche critiche, si ripensa con più obiettività al ruolo della Bundeskanzlerin sulla scena tedesca e alla sua autorità quasi regale in campo europeo negli ultimi tre lustri, specie in rapporto a quanti ora nel suo partito si affannano senza troppa grazia per raccoglierne l’eredità.

All’inizio nulla fu facile. Troppe novità, tutte insieme. Per la prima volta alla Cancelleria arrivava una donna, dell’Est e per giunta una scienziata, in un universo maschile, occidentale e prevalentemente popolato da giuristi. Poi competenza, rigore e metodo hanno fatto di lei l’icona che oggi si accinge a uscire di scena, tra le domande senza risposte su che cosa farà dopo aver ceduto volontariamente il timone del governo al successore.

Paolo Valentino, siciliano cosmopolita di casa a Berlino da lunghi anni e forte di una intensa esperienza di cose europee e atlantiche, firma di punta del Corriere della Sera, ci offre un saggio denso di valutazioni preziose per decifrare una personalità destinata a lasciare il segno, non solo nel suo Paese (L’età di Merkel, Marsilio). I tedeschi osservano divertiti che ormai in Italia si scrivono più biografie su Merkel che in Germania. Valentino schiva elegantemente il rischio e la noia di cadere nell’ennesima biografia e invece inquadra il personaggio in alcuni capitoli qualificanti della sua azione politica, di notevole spessore al di là della parabola personale.

Alla Germania di Angela Merkel hanno addebitato eccessi di tattica, poca visione strategica, troppi temporaggiamenti, titubanze costose (Grecia docet). D’altra parte, con la preparazione minuziosa della ricercatrice, alla Cancelliera si riconosce grande abilità negoziale e invidiabile autocontrollo. Eppure, quando ha voluto, non si è sottratta a decisioni radicali, audaci. Chi altro avrebbe osato liquidare Helmut Kohl nel 1999 con il famoso parricidio da lei consumato a freddo, in solitudine, sulle colonne della Frankfurter Allgemeine? Chi avrebbe deciso su due piedi, contro le potenti lobby industriali, l’uscita dal nucleare dopo Fukushima, contraddicendo platealmente se stessa? E che dire dell’apertura indiscriminata delle frontiere ai migranti, per molti indigeribile nonostante la forte solidarietà emotiva iniziale? O dell’adesione al Recovery plan dell’Ue con l’embrione di una mutualizzazione del debito, sino ad allora avversata a spada tratta anche da un’opinione pubblica sempre diffidente verso “le cicale” del Sud?

Nell’attesa dell’esito della trattativa per la formazione del nuovo governo a Berlino, un’analisi ragionata di meriti e contraddizioni dell’età di Merkel aiuta a scrutare il suo Paese più in profondità. Affiora l’impressione che anche lì gestione del potere e esercizio della leadership non siano certo un balletto di educande ma possano comportare colpi bassi e mosse brutali. Tuttavia spesso c’è altro, una politica non misurata con il bilancino della convenienza contingente, ma piuttosto dettata dalla fedeltà alle proprie convinzioni e da una sorta di imperativo morale a dare la precedenza al giusto anziché al vantaggio personale o di parte. Merkel che sanziona Putin dopo l’annessione della Crimea o che non concede la porta di Brandemburgo a Obama può dare un’idea del teorema, al pari di Brandt, Kohl o Schröder capaci di passi ritenuti indispensabili anche se impopolari e ad alto rischio politico.

Angela Merkel non passerà alla storia per “momenti fatali” come Stefan Zweig avrebbe considerato l’ancoraggio all’Occidente di Adenauer, l’Ostpolitik di Brandt o la riunificazione di Kohl. Tuttavia nel pantheon della nostra Europa in affanno a lei spetta un posto d’onore, come interprete di una Germania più aperta e vogliosa di normalità, attenta agli interessi e allo stesso tempo vigile sui valori che da settanta anni sono la sua identità, scolpita nel marmo della Grundgesetz. Anche se “figlia del silenzio della Ddr”, la Cancelliera quei valori li ha difesi spesso con orgoglio, non in silenzio, ma anzi a voce alta e con più vigore di altri europei.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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