L'eterna via crucis di chi siede alla destra di Silvio

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MILAN, ITALY - OCTOBER 3: Forza Italia President Silvio Berlusconi arrives to cast his vote for the mayoral elections in Milan, Italy on October 3, 2021 (Photo by Piero Cruciatti/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
MILAN, ITALY - OCTOBER 3: Forza Italia President Silvio Berlusconi arrives to cast his vote for the mayoral elections in Milan, Italy on October 3, 2021 (Photo by Piero Cruciatti/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)

Fa parte della mitologia del berlusconismo, ascendente, potente, poi cadente, forse anche deprimente ciò che, con perfido gioco di parole, proprio lei, Maria Rosaria Rossi, ridefinì così, ai tempi in cui tutto, comprese le telefonate, passava dal suo controllo, con grande disappunto del resto della corte: “Cerchio magico? Ma no, semmai cerchio attorno al magico”.

Guardate che è fine, la finta adulazione con verità incorporata: il dogma dell’infallibilità del leader che i “cerchi” li sceglie, li frappone, su di essi lascia che si scaricano errori tensioni. Mica si può dire “colpa di Berlusconi”. Arriva buon’ultima Maria Stella Gelmini a denunciare, in nome del berlusconismo autentico il berlusconismo deviato: “Quelli attorno gli hanno raccontato una parte della verità, non ha avuto una rappresentazione onesta”. Povero Silvio, finito nelle grinfie di una nuova combriccola che ne conculta la capacità autonoma di giudizio. Una volta, su questo refrain conquistò il suo momento di gloria anche tal Fabio Sanfilippo, un dirigente degli “anziani” di Forza Italia in Piemonte. Nessuno lo conosceva finché non manifestò con una cinquantina di militanti proprio davanti ad Arcore contro “quelli che circondano Berlusconi, gli bloccano anche le mail e hanno portato il partito alla rovina”.

Se si potesse parlare con quel toscanaccio di Denis Verdini, ci sarebbe da scrivere un libro, non un articolo. Quante volte ha dovuto assolvere all’ingrato compito di parafulmine, per colpa di quei “report” riservati inviati al Cavaliere che, come noto, non ha il dono della riservatezza. Celebri le sfuriate di Michela Vittoria Brambilla, l’imprenditrice ittica che lanciò i circoli della libertà, prima benedetti dal Cavaliere, che ha sempre avuto un rapporto di amore-odio verso la sua nomenklatura, poi frenati: “Me lo ha detto Denis, ci sono i nostri, non allargano”. Apriti cielo. Fu l’unica volta che anche il mite Gianni Letta alzò di una tacca i decibel della sua voce, visto che, come si muoveva, la rossa creava confusione. Poi c’è la storia di qualche signorina di bell’aspetto, finita nel giro delle collaboratrici, che sempre a Verdini tolse il saluto per colpa di quel giudizio, buttato lì, al capitolo “qualità dei dipendenti”, di “donna senza pensiero”. Così, tanto per dare un’idea. Poi ne restano mille, canterebbe l’Orietta nazionale.

Poco male, c’aveva le spalle larghe Denis. Uno che, quando Berlusconi prometteva a dieci persone di fare il ministro dell’Economia, scuoteva il capo: “Nun se pote, il dieci nell’uno nun c’entra, se nun c’entra nun c’entra”. Toccò pure a lui, a un certo punto, salutare la compagnia, dopo il miracolo del Nazareno, che trasformò il “Pregiudicato” in “padre della Patria”, grazie al patto con Renzi. Roba da infarto quell’incontro nella sede del Pd, con le foto di Enrico Berlinguer sulle pareti e il suo “spregiudicato” conterraneo che parlò di “profonda sintonia” sulle riforme. Saltato quel patto, l’affermazione del “calippato” ad Arcore fu sancito da una sorprendente dichiarazione di Maria Rosaria Rossi: “Berlusconi rovinato dal duo Letta-Verdini”, sempre per il noto principio che la colpa è di quelli che gli stanno attorno, che poi, in fondo, è una variante del “paradigma Veronica”, reinterpretato, a vario titolo e con vari fini, da vari personaggi in commedia: a “quelli che gli stanno accanto” affidò “l’implorazione”, annunciando il divorzio ad “aiutare mio marito”, “come si farebbe con una persona che non sta bene”. E cioè a difenderlo da se stesso, dal girone infernale delle cene eleganti e da quelle storiacce di Noemi Letizia prima e Ruby poi.

Sia pur declinato senza monastica sobrietà, l’appello fu raccolto. E arrivò, proprio in occasione delle elezioni, non la governante tedesca ma, come fidanzata pronta per l’uso, la ragazza di Telecafone. Quella che ancheggiava con un’allusiva pompa da giardinaggio e un calippo. La sdoganò, stufa dell’andazzo dei Tarantini e Lavitola proprio Marina. Al direttore di Chi, Alfonso Signorini, già responsabile dei pink tank ai tempi degli scandali, il compito di trasformare in arte la differenza di 49 primavere all’anagrafe: “Ci sono illustri precedenti come Chaplin e Moravia”. È complicato da spiegare, ma questa ormai è politica, messaggio di ordine ritrovato, senza rinunciare ai piaceri: il maschio funziona, ma ha messo la testa a posto.

E ci risiamo col cerchio. Da Fuorigrotta ad Arcore, è roba da capogiro. L’onnipotenza è umana: via Paolo Bonaiuti, via la storica segretaria Marinella, via pure il maggiordomo Alfredo perché acquistava i fagiolini a prezzi non di mercato. Verdini sbatte la porta perché in Toscana Deborah Bergamini, che assieme al duo Rossi-Pascale compone la cerchia stretta, si intromette nelle vicende toscane, dove mai nessuno aveva osato. Che poi, per quei paradossi della politica o post-politica negli anni Forza Italia, o ciò che ne resta, diventa il partito dove le donne fanno più strada, a corte, nei gruppi parlamentari, al governo. Mica perché è diventato femminista, forse a conferma che di gallo ce ne può essere uno solo, Angelino Alfano docet, investito del ruolo di delfino nel luglio 2011, spiaggiato l’anno successivo per eccessivi vagiti autonomistici e questioni di “quid”. Compito ingrato mettere la faccia sul governo Monti, mai digerito in fondo dal Cavaliere, tranne poi sentirsi dire “mi tocca tornare perché il partito è ai minimi di consenso”. Ariecco, quelli attorno. Ma davvero si può credere che Angelino avesse la forza per imporre a Berlusconi di non candidare Dell’Utri e Cosentino? Sì, è vero Alfano gliela aveva giurata, l’altro si scaricò le colpe perché pensava di vincere e i sondaggi dicevano che erano due zavorre.

È sempre una questione di punti di vista: se siedi alla destra del capo, il cerchio magico, se non riesci a superare l’uscio il cerchio è tragico. Ora tocca al coordinatore Antonio Tajani e a Licia Ronzulli, colei che proprio la famiglia mise al fianco di Berlusconi dopo che quasi ci aveva rimesso le penne perché quando era già gonfio e respirava con affanno lo avevano portato in giro come una madonna pellegrina, invece di chiamare il medico: “In che mani sia finito?”, si domandarono dando il benservito alle vestali, e per l’occasione ritornò anche Marinella. Vabbè, insomma, ci siamo capiti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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