Letta difende Orlando da Confindustria, ma si ritrova (quasi) da solo

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(Photo: POOL New via Reuters)
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Scende in campo il segretario del Pd per difendere il ministro Orlando, sotto attacco frontale da parte di Confindustria per la proposta di legge (ancora in bozza) contro le delocalizzazioni: “Nessun intento punitivo nei confronti degli imprenditori – ha ribadito Enrico Letta, dopo che ieri si erano già schierati la capogruppo alla Camera Serracchiani e l’ex viceministro all’Economia Misiani – Il governo con Orlando sta impostando un lavoro per essere attrattivi, ma il licenziamento via whatsapp è incompatibile con lo spirito della Costituzione”.

Il leader dem inserisce così il titolare del Lavoro in un “gioco di squadra” dell’esecutivo, togliendolo dal cono d’ombra di chi corre da solo. Ma alle spalle si ritrova ben poche armate. Lo segue il capogruppo di Leu Fornaro: “Attacchi strumentali, Bonomi tutela falsi imprenditori”. Fragoroso silenzio, invece, da parte di M5S: tacciono vertici, ministri e capigruppo, quando nel mirino c’è anche la “loro” viceministra allo Sviluppo Economico Alessandra Todde, manager esperta di crisi aziendali che sta seguendo il dossier insieme a Orlando. Un bassissimo profilo che origina imbarazzi e qualche malumore. Mentre Italia Viva si prepara ai distinguo: “Se si vietano o tassano i licenziamenti collettivi nessuna azienda verrà più da noi – ha avvisato l’economista renziano Luigi Marattin – Prima di votare, vogliamo vedere e discutere le norme”.

L’altro partito della maggioranza che si ritrova afono è la Lega. Dal Mise, come peraltro da altri ambienti governativi, trapela che il testo è ancora in cerca di “sintesi definitiva” e che ogni osservazione verrà fatta a tempo debito, al termine delle “scremature”. Ovvero, quando ci si ritroverà seduti al tavolo di lavoro dopo la pausa estiva, in attesa che l’esito finale approdi in consiglio dei ministri. Tra i dem qualche timore c’è: la Lega è il partito più vicino agli imprenditori e al mondo produttivo del Nord, Bonomi ha un rapporto consolidato con Giorgetti - che dallo Sviluppo Economico ha la “regia” sul testo - e Salvini, ma anche con Berlusconi. Le istanze di Confindustria da quelle parti sono un campanello d’allarme. Che già Forza Italia ha raccolto, sia pure in modo “dialogante”: “Serve una nuova strategia di politica industriale per aumentare la competitività del sistema produttivo – ha detto il viceministro azzurro allo Sviluppo Economico Pichetto Fratin – No a licenziamenti via Whatsapp ma nemmeno norme punitive che soffochino le imprese. Si troverà una sintesi”.

Nessuno, insomma, vuole mettere il carro davanti ai buoi. Anche perché i tecnici ministeriali hanno molti fronti aperti. Il focus è sulla “responsabilità sociale d’impresa” più che sulle sanzioni, che potrebbero persino entrare in vigore al termine di una fase transitoria o venire pesantemente ridimensionate. Insieme alle maxi-multe pari al 2% del fatturato, anche il criterio della black list (che vieta per tre anni l’accesso a finanziamenti o incentivi pubblici) è scomparso dall’ultima versione del testo. Mentre la soglia dei 250 dipendenti sopra cui si applicherebbe la nuova disciplina è ancora ballerina: c’è chi vorrebbe ridurla a 100 lavoratori. Ad essere tracciata è la rotta: no all’imprenditoria “usa e getta”, no a logiche “speculative e predatorie”, no a licenziamenti via whatsapp o mail, sì a percorsi “chiari, condivisi, regolamentati” che scoraggino abusi.

Su questo versante, Letta è adamantino: convinto che “per essere più attrattivi e far sì che le imprese non se ne vadano” servirà “un rapporto con i territori di maggiore fiducia e responsabilità sociale”. E che questo approccio non solo è perfettamente compatibile con la libertà di impresa prevista dalla Costituzione e dalle normative europee, ma sarà l’unico modo per rendere “strutturali” i benefici della mole di soldi che sta arrivando con il Pnrr.

Palazzo Chigi tace, con l’obiettivo evidente di tenere bassa la tensione. Sa che questo è l’antipasto di un autunno di tensioni, reso imprevedibile dal semestre bianco. La triangolazione governo-imprese-sindacati verrà messa alla prova su diversi temi: il primo è il tavolo degli ammortizzatori sociali (su cui Confindustria ha già sollecitato l’esecutivo), a a fine anno arriveranno le pensioni, mentre il ritardo sulle politiche attive del lavoro è già materia di preoccupazione. E anche la questione del green pass sui luoghi di lavoro – come si è visto con l’avvisaglia delle mense aziendali – è tutt’altro che pacifica: “La concertazione a tre, sindacati, governo e associazioni delle imprese è il luogo giusto per trovare la soluzione migliore per il massimo uso del green pass. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Tutti abbiamo voglia di sicurezza” ha messo le mani avanti Letta. Anche su questo, però, tra i partiti di maggioranza, le opinioni divergono.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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