Letta fa arrabbiare Draghi

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ROME, ITALY - JUNE 22: Italian Prime Minister Mario Draghi and European Commission President Ursula von der Leyen (not in picture) hold the press conference on the National Recovery and Resilience Plan (NRRP) at Cinecittà cinema Studios, on June 22, 2021 in Rome, Italy. Today, Italian Prime Minister Mario Draghi met the President of the European Commission Ursula von der Leyen at Rome's iconic Cinecittà cinema studios to express the opinion on the Italian national recovery and resilience plan (NRRP or PNRR). Von der Leyen is currently on a trip to visit all 27 European Union member states as EU-funded recovery projects launch to help the regions recover from the economic consequences of the Covid-19 pandemic. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
ROME, ITALY - JUNE 22: Italian Prime Minister Mario Draghi and European Commission President Ursula von der Leyen (not in picture) hold the press conference on the National Recovery and Resilience Plan (NRRP) at Cinecittà cinema Studios, on June 22, 2021 in Rome, Italy. Today, Italian Prime Minister Mario Draghi met the President of the European Commission Ursula von der Leyen at Rome's iconic Cinecittà cinema studios to express the opinion on the Italian national recovery and resilience plan (NRRP or PNRR). Von der Leyen is currently on a trip to visit all 27 European Union member states as EU-funded recovery projects launch to help the regions recover from the economic consequences of the Covid-19 pandemic. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

“Hai capito cosa rischia di succedere sulla giustizia?”. Dall’altra parte della cornetta qualche secondo di silenzio: “Che rischia di cadere il governo”. Alla vigilia dell’incontro tra Giuseppe Conte e Mario Draghi tra i vertici pentastellati la tensione è palpabile, ma anche a Palazzo Chigi è salito il livello di guardia. L’ex premier si prepara a mostrare i muscoli al suo successore, forte della fresca investitura da leader del Movimento 5 stelle. La transizione ecologica che non funziona, il reddito di cittadinanza da preservare, i paletti alla riforma fiscale: il carnet che si prepara a srotolare l’avvocato pugliese è ricco di criticità, ma il piatto forte è senz’altro quello della giustizia. Sulla quale le tensioni saettano veloci nei Palazzi del governo. Quando Mario Draghi ha letto di buon mattino ha letto un’intervista di Enrico Letta a Repubblica nella quale, sia pur timidamente, offriva una sponda al nuovo capo M5s su modifiche alla riforma della giustizia, il premier si è infuriato. Un’irritazione dovuta al fatto che, spiega chi ha sentito il premier, quello che i due si sono detti nell’incontro della scorsa settimana è totalmente l’opposto. E dopo le esternazioni di Conte apertamente ostili all’impianto di Marta Cartabia, Draghi vede seriamente minacciato l’iter di un provvedimento su cui solamente qualche giorno fa, durante il tribolato Consiglio dei ministri che l’ha licenziato, ha dovuto già alzare la voce per imporsi sulla sua litigiosa maggioranza.

Per tutto il weekend Conte è stato in contatto con i deputati della commissione Giustizia, che hanno lavorato a mettere a punto gli emendamenti con i quali stravolgere i testi che Cartabia ha presentato al Parlamento, e che da venerdì prossimo approderà in Aula. “Non permetteremo che venga smantellata la nostra riforma, che era una buona riforma”, ripete come un mantra l’ex premier a chi lo ha sentito nelle ultime ore.

Lo staff ha tirato su una cortina fumogena intorno al leader, ma i segnali che ne fuoriescono sono bellicosi. Conte metterà sul piatto la contrarietà del Movimento all’impianto Cartabia, sconfessando il compromesso trovato dai ministri M5s non più di una settimana fa. La linea al momento si attesta sull’astensione, nessuno per ora si spinge all’estrema eventualità, quella di un voto contrario, uno strappo che sarebbe violentissimo. Ma poco cambierebbe negli equilibri complessivi, perché a prescindere troverà un Draghi inflessibile, a maggior ragione dopo l’intervista di Letta.

Il premier sa benissimo che ulteriori modifiche introdotte per accontentare i 5 stelle provocherebbero una reazione uguale e contraria di Forza Italia e di Italia viva, che già avevano rumoreggiato allorché i reati di corruzione erano stati esclusi dal contingentamento dei tempi dei processi d’appello e in Cassazione per accontentare le proposte M5s. Ed erano usciti dal Cdm ingoiando il boccone ma avvertendo: questa è l’ultima mediazione possibile, in Parlamento il testo non deve cambiare.

Draghi ha in mente una road map ben precisa: un maxi emendamento del governo da presentare tra la fine della prossima settimana e l’inizio di quella successiva, e molto probabilmente la questione di fiducia per blindare il testo: a quel punto smarcarsi vorrebbe dire automaticamente mettere in discussione il suo stesso ruolo. “Questo è uno dei provvedimenti chiave del Recovery plan”, l’avvertimento del premier. Che vuole inscatolare le rimostranze dell’alleato in pochi e poco sostanziali aggiustamenti da recepire nel testo definitivo. Fonti di governo raccontano che avrebbe ventilato le dimissioni allorché i ministri pentastellati vagliavano l’astensione in Cdm. Se i 5 stelle dovessero imboccare quella strada la corda rischierebbe di venir tirata al limite del punto di rottura. “Non permetteremo di smantellare le nostre conquiste”, avverte Eugenio Saitta, capogruppo M5s in commissione Giustizia alla Camera, posizione condivisa da chi, come Alfonso Bonafede, Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti, è tra i capofila della battaglia contro Cartabia.

Lo stesso Conte è davanti a un bivio, con il rischio che il gruppo si spacchi sia in caso di accordo sia nell’eventualità di uno strappo. Per questo tiene alta la tensione, e anche per questo ha cercato una sponda dal Partito democratico, attraverso una serie di contatti con il segretario Letta. Che guarda preoccupato l’evolversi degli eventi, rischiandosi di ritrovare con in mano il cerino dell’unica forza non populista a sostenere il governo Draghi. Come detto, oggi dalle colonne di Repubblica è arrivata una sia pur timida apertura sulla riforma della giustizia: “Proprio perché è di importanza strategica, penso che il Parlamento abbia il diritto, direi il dovere, di contribuire a migliorarla”, specificando di riferirsi a “qualche piccolo aggiustamento, in prima o anche in seconda lettura, a patto di non stravolgerne l’impianto”. Una mossa guardata con interesse dal Movimento, che pure non si aspetta un sostegno convinto dell’alleato, ma la cui sponda in questa partita di scacchi può essere importante.

Per alzare il tiro e incassare il più possibile, Conte squadernerà una serie di paletti che ritiene fondamentali per le prossime settimane e per i prossimi mesi: da quello sul ministero della Transizione ecologica che, per dirla con una battuta che gira nelle chat grilline, “pensa più alla tecnologia che all’ecologia”, all’altolà sul Reddito di cittadinanza, minacciato dall’idea di Renzi di un referendum per abolirlo, fino alla riforma fiscale, per anticipare le mosse del centrodestra e l’eterna proposta salviniana della flat tax.

Ma in sempre più parte del Movimento sta maturando la convinzione che, vada come vada, il progetto di Conte sia quello di portare i 5 stelle al voto subito dopo l’elezione del presidente della Repubblica. La sede M5s a via Campo Marzio, a due passi da Montecitorio, viene interpretata come la costituzione di un comitato elettorale, l’annuncio di voler girare il paese per incontrare cittadini e simpatizzanti trasformerebbe il semestre bianco in una lunga campagna elettorale.

Una fuga in avanti per evitare di logorarsi nel pantano di divisioni e linee contrapposte, e scrollarsi di dosso l’ingombrante ombra di Grillo. Il fondatore ha lanciato oggi sul suo blog un post a difesa del regime cubano, e il clamore che ha generato racconta di come a poco serva che nel ponderoso Statuto nuovo di zecca la linea di politica estera sia in mano al presidente, che sulla vicenda è rimasto in silenzio per non aprire un altro fronte.

Sono proprio le ultime due righe dello Statuto a generare forte fibrillazione nella base: “Sono disciolti, a far tempo dall’approvazione del presente Statuto, i gruppi locali e le formazioni territoriali auto-costituiti nel tempo o comunque di fatto già operanti”. Tutti i meetup, gli “Amici di Beppe Grillo” e più in generale tutte le aggregazioni che in questi anni hanno organizzato eventi sul territorio, cene in pizzeria, attaccato manifesti spariranno al momento dell’approvazione dello Statuto, per riportare tutte le forme di associazionismo 5 stelle sotto l’ombrello del nuovo capo. “Ci hanno usato quando gli servivamo, ora ci buttano via”, le proteste che arrivano da tanti territori. È solo l’ultima delle grane che dovrà affrontare Conte.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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