Letta ipotizza l'uscita temporanea dell'Italia dal trattato di Dublino sui migranti

alberto ferrigolo

Perché non si è avviata una politica migratoria europea in grado di conciliare rispetto dei diritti umani e gestione controllata dei flussi alle frontiere? Perché, quattro anni dopo i picchi del 2015, “siamo ancora al bivio tra ‘porti chiusi' e ‘facciamo entrare tutti'?” Se lo chiede in una lettera a la Repubblica l'ex premier Enrico Letta, che il quotidiano pubblica nella pagina dei commenti con il titolo “Un patto a Lampedusa”.

Secondo Letta, che oggi insegna a Parigi all'Università SciencesPo, è la mancata risposta a questi interrogativi che ha creato il cortocircuito da cui deriva la proposta, “inaccettabile, di usare per la Commissaria europea la denominazione di ‘protezione del nostro stile di vita'” legata al tema delle migrazioni. La base del ragionamento di Letta, che lancia anche una proposta a suo avviso in grado “di dotare l'Ue di una vera politica migratoria”, analizza ciò che non ha funzionato e la necessità di cambiare a partire dal riconoscimento che la Ue “si è mossa sulla crisi con strumenti vecchi e non ha trovato la forza di modificarli, per egoismi diffusi e per il veto brandito da Ungheria e altri Stati membri”.

In quest'ambito, il Trattato di Dublino – scrive – “è un congegno creato decenni fa in funzione di altri scenari, precedenti alla instabilità e alla mobilità determinatesi dopo le primavere arabe” e per cambiarlo, nonostante i tanti sforzi italiani “non si è mai riusciti a convincere i più riottosi”. Che sono poi l'Ungheria, prima di tutti. “E con i veti ungheresi si rimane al guado”.

Come uscirne, allora? Secondo l'ex premier italiano, “il punto è trovare il coraggio sulla questione di uscire, temporaneamente, dai Trattati Ue. Scelta radicale, ma necessaria. Scelta, tuttavia, non inedita, visto che la si è fatta in almeno due casi emblematici: per Schengen e per la creazione di quel Fondo salva Stati, al quale UK e Repubblica Ceca non parteciparono, e che ebbe un ruolo chiave nell'uscita dalla crisi finanziaria”.

Occorre pertanto “un nuovo Trattato tra i Paesi europei che ci stanno”, purché – avverte Letta – “chi ci sta accetti la regola della maggioranza e si assuma la propria parte di responsabilità”. E questo nuovo ritrovato impegno, questo nuovo Trattato “firmarlo a Lampedusa sarebbe un atto politico e simbolico fortissimo – dovrebbe sostituire quello di Dublino, sopprimendo anzitutto la norma sulla responsabilità tutta in carico al Paese di primo accesso”.

Il Trattato di Lampedusa dovrebbe pertanto “contenere strumenti nuovi” con i quali organizzare l'accoglienza e suddividerne equamente il peso tra i Paesi firmatari, “creando automatismi per scongiurare le penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni a ogni arrivo di una nave”. Con la Francia che ne prende venti, la Spagna quindici, la Polonia zero “e giù con insopportabili dosi di cinismo e ipocrisia”. Secondo Letta “questi agghiaccianti tira e molla sono stati l'immagine peggiore dell'Europa” e devono cessare per far posto “a meccanismi automatici di ricollocazione gestiti da un'autorità centrale europea, dotata di poteri idonei e autorizzata ad applicare criteri di umanità, come i ricongiungimenti parentali”.

Così, con la centralizzazione “si renderà possibile una gestione diversa dei flussi dei richiedenti asilo e dei migranti economici” e allo stesso tempo, si dovranno promuovere i doveri, a partire dall'imparare la lingua locale. Tra gli altri capitoli il controllo della frontiera esterna Ue, il rapporto con i Paesi terzi e il coordinamento con le norme sulle attività di salvataggio in mare”.

Quanto a coloro che mettono i veti, sostiene Letta, “l'Ungheria, se anche accettasse di accogliere i migranti, per le sue dimensioni ridotte, se ne vedrebbe assegnate quote simboliche. Non sarebbe decisiva. Decisiva, invece, lo è stata eccome in questi anni, nel bloccare qualunque avanzamento collettivo”. Ma per far ciò, “ora serve coraggio” scrive Letta nella lettera a “la Repubblica”, l'Italia “deve essere in prima fila” e “la Commissione dovrebbe essere coinvolta nell'iniziativa soprattutto perché gli strumenti centrali che ne deriverebbero dovrebbero essere ad essa collegati”.