Letta corregge il tiro: "La democrazia italiana non è in pericolo"

Aleandro Biagianti / Agf

AGI - Il pericolo non è rappresentato da una vittoria della destra visto che, in fondo, sono pur sempre gli elettori a decidere. A preoccupare il segretario Pd, Enrico Letta, è piuttosto quella "torsione maggioritaria" che potrebbe realizzarsi a causa del "combinato disposto" di taglio dei parlamentari e Rosatellum.

Letta ne ha parlato durante il suo discorso ai candidati, letto da commentatori e avversari politici come un allarme sulla tenuta della democrazia in Italia in vista di una eventuale vittoria della destra.

"La democrazia non è a rischio se vince la destra, il nostro sistema regge e reggerà. Sono gli italiani che scelgono", sottolinea il leader dem spiegando che il suo voleva essere un "appello riguardante il sistema elettorale che ha voluto Renzi e che può consentire alla destra italiana, con solo il 43 per cento dei voti - e se il resto del campo è diviso e noi privati di voti - di avere il settanta per cento di rappresentanza democratica".

Per Letta, infatti, "con il taglio dei parlamentari si sarebbe dovuto cambiare la legge elettorale. Così le cose si sarebbero equilibrate. Abbiamo tentato. Non ce lo hanno permesso. Ora la riduzione dei seggi con questa legge maggioritaria rende il sistema maggioritario all'eccesso". Questo sì, "un rischio".

Dal Nazareno si chiarisce ancor di più il concetto: "Come è noto, il Pd - da anni e fino all'ultimo minuto possibile, prima con Zingaretti e poi con Letta stesso - ha provato a cambiare la legge elettorale attraverso interlocuzioni, a tutti i livelli, con la gran parte delle forze parlamentari. Non aver corretto il Rosatellum una volta fatta la riduzione è stato un errore grave del sistema politico che ha portato a questa folle torsione iper-maggioritaria".

E a chi gli attribuisce, in qualità di segretario del Pd, la paternità della "legge elettorale peggiore di sempre", Letta risponde che "ha ragione Meloni" nel ricordare che il Rosatellum è stato voluto dal Pd. Ma si trattava di un altro Pd: "Lo impose Renzi pensando di prendersi il 70 per cento del Parlamento, poi è andata come è andata".

Quando il Rosatellum nacque, nel 2017, Enrico Letta era a Parigi a dirigere SciencesPo, l'istituto di studi politici della capitale francese. Intanto, a Roma, il Partito democratico si spaccava proprio a causa del Rosatellum.

Pierluigi Bersani e un'altra decina di parlamentari uscirono dal partito in polemica con il premier e segretario Pd, Matteo Renzi, che aveva posto una doppia fiducia sulla legge elettorale che porta il nome di Ettore Rosato, oggi presidente di Italia Viva.

A questo si riferisce Letta quando dice che la legge elettorale "la impose Renzi". Il Pd, certo, la votò. Poi, dopo il congresso che elesse Nicola Zingaretti nuovo segretario, tentò di correggerla assieme al Movimento 5 Stelle, con il disegno di legge noto come Brescellum, dal nome di Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari Costituzionali, primo firmatario del testo.

La legge, però, finì per incagliarsi contro le resistenze di Forza Italia e Italia Viva, con i renziani a spingere per il modello di Sindaco d'Italia. "Con il taglio dei parlamentari si sarebbe dovuto cambiare la legge elettorale. Così le cose si sarebbero equilibrate. Abbiamo tentato. Non ce lo hanno permesso. Ora la riduzione dei seggi con questa legge maggioritaria rende il sistema maggioritario all'eccesso. Un rischio", conclude Letta.