Lettera choc di un ristoratore che ha denunciato la mafia: 'ora non ho più nulla, lo Stato mi ha abbandonato'

Carabinieri (foto: Wikimedia CC)

Daniele Ventura aveva tentato di aprire un bar a Palermo, zona Borgo Vecchio. Aveva denunciato i tentativi della mafia di gestire quell’attività commerciale. Aveva fatto arrestare i colpevoli. E ora, denuncia ancora, ma per un altro motivo: ‘ora non ho più nulla, lo Stato mi ha abbandonato‘.

La storia comincia nel 2011. Ventura aprì un locale chiamato “New paradise”, zona centrale, affari in prospettiva buoni. Vuole fare bar, tavola calda e ristorante. In effetti tutto comincia bene, c’è clientela e un giro che si forma. Insomma, il bar funziona. Poi, la svolta.

Un giorno alcune persone, che risulteranno essere legate alla mafia, a Cosa Nostra nello specifico, entrano nel suo bar e gli chiedono il pizzo. Lui paga, ma denuncia pure. Dice Ventura: “Mi affidai alla giustizia e cominciai a raccontare ai Carabinieri ciò che mi era accaduto. Riconobbi i due che mi avevano minacciato e quello a cui avevo pagato il pizzo. Mi fu detto che le mie denunce sarebbero state fondamentali per fare pulizia e per estinguere il mandamento mafioso di Porta Nuova. Mi dissero che il mio nome non sarebbe circolato, che sarei stato protetto“.

Il locale, con l’insegna vecchia nel cerchio (foto: Google Maps/Business Insider)

Qualche mattino dopo la retata (culmine dell’operazione Hybris, 39 arresti tra mandanti e esecutori, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia), i commercianti della zona cominciarono a fare pressione su Ventura: “Hai fatto male a denunciare, abbiamo letto tutto sui giornali“. Questo è il primo passo che lo condanna verso la fine della sua attività.

Racconta Ventura: “I clienti che mi ero fatto preferivano frequentare altri locali e camminavano sul marciapiede di fronte, non volevano neanche passare dallo stesso lato del bar“. Gli affari vanno a rotoli, e il motivo è l’aver stracciato la parete sottile dell’omertà. “All’improvviso mi trovai costretto a fare un secondo lavoro per poter pagare i dipendenti, i sabato sera iniziarono a essere deserti, i catering svanirono e le feste di compleanno scemarono. La banca mi chiuse il conto e mi ritirò il libretto degli assegni. Un giorno trovai i lucchetti di entrambe le saracinesche del locale danneggiati, era impossibile aprirli. Dissi basta e il 30 giugno 2012 chiusi l’attività, cercando di fare il possibile per risanare i debiti“.

Ad assisterlo durante il processo sono stati gli avvocati di Addiopizzo. I legali del movimento per la lotta contro il racket azionano attraverso la Consap (la Spa concessionaria dei servizi assicurativi pubblici) il fondo di solidarietà per le vittime dei reati di mafia, che gli eroga 30mila euro, buoni per risanare prte dei debiti legati all’investimento nella sua ormai ex attività. Per ricevere invece i 20mila euro di risarcimento danni deve attendere un servizio di Striscia La Notizia a lui dedicato, che fa magicamente sbloccare il lento iter burocratico della stessa Consap.

Il problema per Ventura, che ha una moglie e un figlio di tre anni a carico, è la perdita del lavoro come conseguenza sociale della collaborazione con i magistrati. Dice: “Sono disperato, mi sento abbandonato. Denunciare la mafia non mi è convenuto, mi è stata tolta la dignità e la speranza. Non mi posso fidare di questo Stato, oggi mi vergogno di essere italiano e siciliano, mi vergogno di dover vivere con le mie paure e di essere inseguito da debiti maturati non per colpa mia, mi vergogno di essere disoccupato nonostante un lavoro me lo sia creato, un lavoro che prima delle mie denunce stavo riuscendo a far decollare. Mi vergogno di dover fare qualsiasi lavoro in nero mi capiti. Oggi mi chiedo solamente da che parte stia lo Stato, se dalla parte di chi denuncia la mafia oppure dalla parte dei mafiosi“.

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