Quattro lettere e si riapre la trattativa su Autostrade

Giuseppe Colombo
·Business editor L'Huffington Post
·6 minuto per la lettura
Autostrade (Photo: Pierpaolo Scavuzzo / AGF)
Autostrade (Photo: Pierpaolo Scavuzzo / AGF)

Il tentativo di sondare la disponibilità e gli umori del Governo passa per una lettera. È mercoledì sera quando la missiva arriva sulla scrivania del ministro dell’Economia. A scrivere sono Fabio Cerchiai e Carlo Bertazzo, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Atlantia, la società attraverso cui i Benetton controllano Autostrade. La trattativa per chiudere la partita sul futuro delle autostrade con la Cassa depositi e prestiti è saltata da due settimane e mancano due giorni alla scadenza del seppur ennesimo ultimatum lanciato da Giuseppe Conte. Nella lettera, che Huffpost ha potuto visionare, i vertici di Atlantia chiedono a Roberto Gualtieri “l’opportunità di un incontro” perché la situazione è “sempre più critica e paradossale”. E soprattutto - e questo passaggio marca la volontà di far ripartire la trattativa - è “di comune interesse evitare che le circostanze possano precipitare” con un “pesantissimo danno” per “l’intero Sistema Italia”.

Quella di Atlantia è solo la prima di quattro lettere che corrono velenose nell’interlocuzione con il Governo in meno di 24 ore. La posta in gioco è pesantissima per entrambi. Il premier ha convinto tutta la maggioranza, con eccezione di alcune resistenze tra i renziani, che se i Benetton non cedono Autostrade alla Cassa allora si procederà con la revoca della concessione. Ma questa mossa rischia di far pagare allo Stato fino a 23 miliardi, tanto quanto una manovra economica. Atlantia, invece, ha già messo in conto un default da più di 16,5 miliardi, oltre a settemila posti di lavoro, se il Governo procederà con la mano pesante. Le quattro lettere si innestano su questo terreno di gioco, dove le parti cercano di capire reciprocamente se la trattativa si può salvare, arrivando a un accordo. Perché un’intesa conviene a tutti.

Ad aprire il primo spiraglio, come si diceva, è la missiva di Atlantia a Gualtieri. Ecco il passaggio clou per esteso: “Con la presente torniamo a chiederLe l’opportunità di un incontro, per il quale in data 5 maggio 2020 ci aveva dato già la sua personale disponibilità, ma che fino ad oggi non è stato evidentemente possibile a causa dei Suoi numerosi impegni istituzionali. L’urgenza di questa rinnovata richiesta dall’evolversi degli eventi e dal procrastinarsi di una situazione - a Lei ben nota - sempre più critica e paradossale, ritenendo di comune interesse evitare che le circostanze possano precipitare con un pesantissimo danno occupazionale, economico e finanziario al punto da determinare una vera e propria distruzione di valore sociale, industriale e reputazionale per l’intero Sistema Italia”.

Passa la notte e giovedì mattina dal Tesoro e dalla Cassa depositi e prestiti partono due lettere. Direzione quartier generale di Atlantia. Le firme sono diverse, ma i contenuti pressoché uguali: riconsiderate le vostre posizioni, quelle che hanno interrotto la trattativa, e trovate una soluzione coerente con gli impegni assunti il 14 luglio, quelli della lunga e tormentata notte in cui Conte trattò con i Benetton. Quelli dell’accordo che dopo quasi tre mesi non si è tradotto in un atto vincolante, risultando invece scritto sull’acqua. Dopo aver ripercorso le tappe principali della trattativa e aver ribadito che Atlantia ha disatteso gli impegni presi, che passano sostanzialmente dal punto critico della mancata vendita di Autostrade alla Cassa, le missive convergono verso la stessa conclusione. Quella firmata da Luigi Carbone, il capo di gabinetto del ministero dell’Economia, è la seguente: “In conclusione, nel ribadire anche gli aspetti già elencati, sono tenuto a invitarvi, anche coinvolgendo il vostro consiglio di amministrazione, a riconsiderare le vostre posizioni e a presentare soluzioni coerenti con gli impegni da voi assunti”. La lettera che reca la firma di Pierpaolo Di Stefano, amministratore delegato di Cdp Equity, si conclude così: ″...ci induce a invitarvi nuovamente a una solerte e più attenta riflessione sulle questioni sollevate, anche coinvolgendo il vostro consiglio di amministrazione, così da individuare, con ogni consentita urgenza, soluzioni appropriate da sottoporre alle valutazioni degli organi competenti”.

Confrontando le due conclusioni spunta un’espressione identica, quella che tira in ballo il consiglio di amministrazione. E una riunione del cda di Atlantia è convocata poche ore dopo. Le due lettere finiscono sul tavolo della cabina di comando della società nel pomeriggio. Più di qualcuno non nasconde la sua irritazione per quello che viene considerato l’ennesimo pressing da parte del Governo. Ma allo stesso tempo emerge la consapevolezza che dall’esecutivo il segnale è stato colto, seppure con l’indicazione di fornire una nuova soluzione in linea con gli impegni del 14 luglio. Solo che subito dopo i soci di minoranza di Atlantia hanno ritenuto non percorribile la strada tracciata a palazzo Chigi e la società ha virato verso un altro schema, che contempla comunque l’ingresso della Cassa, ma senza la corsia privilegiata ed esclusiva indicata nel sentiero concordato con il Governo a luglio. E alla riunione del cda si è deciso di tenere comunque il punto su questo schema. Ma non di chiudere la porta. Atlantia sarebbe disponibile a risedersi al tavolo con la Cassa, ma a una condizione: trovare una soluzione alle questioni che fino ad ora però sono state quelle che hanno determinato la rottura della trattativa.

Non è escluso che nei prossimi giorni i vertici della Cassa e quelli di Atlantia possano tornare a parlarsi, ma il tentativo è ancora in fase di costruzione. E già in questa fase i problemi sembrano ancora lontanissimi dalla soluzione. È la manleva, cioè l’esonero della Cassa dalle responsabilità per i danni che potrebbero emergere dal processo per il crollo del ponte Morandi a Genova. Atlantia non è disponibile a concederla: al massimo apre a uno sconto, cioè a una sottrazione della stima dei danni dal prezzo di vendita. E poi c’è la questione del debito. E ancora la quantificazione del prezzo: Atlantia si aspetta che la Cassa faccia una proposta propedeutica alla vendita di Autostrade.

Ma per fissare un prezzo bisogna prima aspettare l’approvazione del Piano economico e finanziario, che nel frattempo è stato bloccato dall’Autorità di regolazione dei trasporti. Più in generale, e questo è il problema a monte, bisogna trovare un accordo sullo schema che può portare i Benetton fuori da Autostrade e la Cassa a diventare il nuovo azionista di riferimento. Atlantia non vuole sentirsi obbligata a vendere alla Cassa. L’ha fatto ribadire ad Autostrade nella lettera - la quarta della serie di cui si diceva - inviata al ministero dei Trasporti poche ore prima che la titolare Paola De Micheli facesse il punto sul dossier in Parlamento. Autostrade accetta tutte le condizioni volute dal Governo, dai risarcimenti agli investimenti, ma non l’articolo 10 dell’Atto della pacificazione che toglie la revoca dal tavolo. Quell’articolo dice che la transazione è valida solo se il controllo di Autostrade passa alla Cassa. Il punto è sempre qui. In una rincorsa eterna tra veti e minacce.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.