L'Europa si astenga dal tifo. La preferenza per Biden la tenga per sé

Michele Valensise
·Diplomatico
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(Photo: JIM WATSON via Getty Images)
(Photo: JIM WATSON via Getty Images)

A due settimane dalle elezioni Joe Biden ha nove punti di vantaggio su Donald Trump. In alcuni gruppi di elettori il margine a favore di Biden è maggiore: tra i meno giovani è di undici punti, nell’elettorato femminile di ventitré, un dato significativo visto anche che il numero delle elettrici è in genere del tre-quattro per cento superiore a quello degli elettori. Ma chi si fida ancora dei sondaggi? Specie per gli Stati Uniti dove è determinante il voto dei grandi elettori, non quello popolare. Nel 2016 Hillary Clinton fu sconfitta pur avendo ottenuto quasi tre milioni di voti più di Trump. Né si discute del sistema di rappresentanza parlamentare - con due senatori per Stato - in base al quale al Wyoming spetta un senatore ogni duecentonovantamila abitanti, alla California uno ogni venti milioni. Equilibri costituzionali intoccabili.

Poi ci sono le tendenze negli Stati, pure a favore di Biden, avanti in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Arizona, mentre presidente e sfidante sono testa a testa in Georgia e Florida, quest’ultima forse decisiva con i suoi ventinove grandi elettori. Sono tutti Stati in cui quattro anni fa vinse Trump, oggi vedremo. Le prossime due settimane si preannunciano ricche di emozioni, non solo per gli Stati Uniti.

Da questo lato dell’Atlantico, dopo le sferzate distribuite da Washington negli ultimi quattro anni, è il momento di ragionare su che cosa attendersi dalla conferma o dal cambio dell’inquilino alla Casa Bianca. Meglio tentare un’analisi con freddezza, anziché sventolare gli striscioni delle tifoserie. Meglio ammettere come presupposto che Donald Trump, più che la causa, è stato il sintomo di un malessere reale, diffuso in ampie fasce della popolazione. Quel disagio ha varie ragioni, già sviscerate, insicurezza del ceto medio, precarietà del lavoro, senso di emarginazione, fino a nodi identitari irrisolti. La risposta è stata il grido e la mobilitazione per America first. Per il ruolo e l’autorevolezza degli Usa nel mondo il bilancio è alquanto modesto, a parte gli incoraggianti accordi di Abramo, ma non è su questo che si elegge il presidente.

Se il voto del 3 novembre premiasse Joe Biden e una squadra di governo espressa dai democratici, certo i toni del dialogo con l’Europa si ammorbidirebbero e qualche orientamento dell’amministrazione Trump sarebbe corretto. Un presidente democratico, con una lunga esperienza alla guida della Commissione Esteri del Senato, rivedrebbe le scelte del predecessore su cambiamenti climatici e ambiente, riallineando la politica americana agli impegni multilaterali già condivisi. Inoltre, è prevedibile un ripensamento sulla decisione di Trump di abbandonare l’accordo con l’Iran sul nucleare. Biden ripristinerebbe la sinergia con gli europei che insieme a Russia e Cina nel 2015 aveva condotto in porto il laborioso negoziato con Teheran.

Ma in molti altri capitoli di politica estera prevarrebbe una sostanziale continuità. Evitiamo possibili illusioni. Non cambierebbe l’attenzione degli Usa verso il Pacifico, né si modificherebbero le preoccupazioni e le cautele verso la Cina o la diffidenza per il nazionalismo assertivo della Russia o l’attesa di un maggior impegno degli alleati europei in seno alla Nato o ancora la difesa dell’industria statunitense attraverso una politica commerciale sensibile al dare e all’avere. Se Trump ha scosso un’Europa troppo rilassata, assuefatta a una comoda tutela da parte del fratello maggiore d’oltre oceano, Biden anche se in forme più urbane non si discosterebbe da quella linea.

Chiunque arrivi alla Casa Bianca, per l’Europa, anche se stretta dalla pandemia, questo sarebbe il momento di assumersi maggiori responsabilità dentro e fuori i suoi confini, di “prendere il mano il proprio destino” come dichiarò Angela Merkel dopo l’infelice esordio di Trump al G7 di Taormina (2017). Da allora non si è mosso molto. C’è voluta la tragedia del Covid, tre anni dopo, per un colpo d’ala dell’Europa verso maggiore coesione e solidarietà, per un inedito impegno comune, per una consapevolezza nuova e forse promettente. Sul versante Usa, ora sarà comunque interesse preminente degli europei investire nuove energie nel rapporto transatlantico. Per cultura e valori quello è stato il nostro campo per settanta anni, dovrà continuare a esserlo senza riserve.

In attesa del voto americano, in Europa molti si augurano con ragioni più che fondate che il mandato di Trump finisca qui. Del resto, non è semplice parteggiare per chi tra l’altro auspica la disgregazione dell’Ue, considera la Nato obsoleta e coltiva con gusto solo le contrapposizioni frontali. Naturalmente anche chi pensa il contrario ha tutto il diritto di dirlo. Importante è che i governi restino lontani da microfoni e riflettori e resistano alla tentazione di scendere in campo in una partita in cui dovrebbero essere spettatori, non giocatori. Se ha una preferenza, è bene che chi governa la tenga per sé.

Quattro anni fa il presidente del Consiglio italiano si entusiasmò troppo pubblicamente per la candidata che poi fu battuta e complicò l’avvio del dialogo con il vincitore. Repubblicano o democratico, chi si insedia alla Casa Bianca è un riferimento in ogni caso essenziale per l’Italia e per l’Europa. I rapporti tra Stati, tanto più se alleati, funzionano così.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.