L'ex ambasciatore italiano a Kabul: "Avanzata Talebani? Sembrava tutto già pronto"

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Al di là delle emozioni e del dolore per quello che sta succedendo in Afghanistan, quello che colpisce di più è il silenzio dei Paesi della regione e dei signori della guerra, quasi che gli sviluppi delle ultime ore fossero già pronti da tempo, che ci sia stata una qualche forma di "preparazione politica", e che da parte dei Talebani ci sia solo stata un'accelerazione di quanto già previsto. E' l'interpretazione della caduta di Kabul e della riconquista dell'Afghanistan da parte dei militanti islamici che dà l'ex ambasciatore italiano Domenico Giorgi, che all'inizio del 2002, poche settimane dopo l'avvio dell'intervento militare in Afghanistan, riaprì la nostra sede, chiusa da un decennio dopo lo scoppio della guerra civile.

"Provo emozione e dolore per quello che succede, perché l'Afghanistan è stato un momento molto importante della mia vita professionale e personale - dice Giorgi all'Adnkronos - Ma al di là di questi sentimenti e di analisi spesso impregnate di emotività più che di lucidità la prima cosa da constatare è che, a parte americani e russi, tutti gli altri Paesi, compresa la Cina, tacciono e non danno valutazioni. E si tratta di Paesi come Pakistan, Uzbekistan, India, che seguono molto direttamente la situazione, sono pienamente coinvolti e talora hanno interferito nella vita afghana".

E lo stesso silenzio, osserva l'ex ambasciatore a Kabul e poi a Tokyo, ora in pensione, "si constata nei signori della guerra, nemici storici dei Talebani, che in questi 20 anni hanno avuto posti chiave, penso al 'leone di Herat' Ismail Khan ed all'uzbeko Rashid Dostum, al tagiko Abdullah Abdullah ed agli Hazara", che, in quanto sciiti, sono ancora di più obiettivo dei militanti sunniti pashtun.

Cosa vuol dire questo silenzio? "O mantengono tutti una posizione attendista o - è la lettura che ne dà Giorgi - nei mesi scorsi avevano steso una rete di contatti molto fitta con i Talebani per cui adesso vogliono vedere come si comportano, mentre i Talebani hanno semplicemente accelerato una presa di potere che era largamente prevista". Si spiegherebbe anche così, sostiene l'ambasciatore, "perché non solo si è squagliato l'esercito, ma anche le milizie dei signori della guerra, che non hanno reagito". E' come se, chiosa, ci fosse stata "una preparazione politica" e questo si capirà quando i Talebani formeranno il governo, "se lo faranno da soli o lo apriranno anche ad altre componenti etniche", verificando tra l'altro se "i messaggi conciliatori che stanno mandando, gli impegni che stanno annunciando non saranno solo verbali".

L'ex ambasciatore mette poi in luce quelli che a suo dire sono stati alcuni degli errori dell'Occidente: si è speso molto sulla ricostruzione dello Stato, si è parlato troppo di esportazione della democrazia sulla base di un modello difficilmente applicabile all'Afghanistan, e si è investito troppo poco sullo sviluppo del Paese.

"L'Occidente qualche colpa se la può dare - dice Giorgi - Cosa non ha funzionato nella ricostruzione dello stato afghano per la quale sono stati dedicati 20 anni di sforzi e di risorse e che è apparentemente collassato? Forse si è parlato di esportazione della democrazia, si è guardato alla ricostruzione sulla base del modello di stato democratico e di stato di diritto secondo i principi della democrazia ideale, non annettendo sufficiente attenzione e comprensione della democrazia reale. C'è stata una qualche difficoltà a capire le logiche del sistema afghano". L'ex ambasciatore pensa a "temi sensibili" come le diverse etnie che compongono il Paese, il ruolo delle Forze armate, della giustizia e dell'educazione, il ruolo delle donne.

"L'Occidente - sostiene ancora - ha speso molto, ma ha investito poco nello sviluppo economico dell'Afghanistan, si è data assoluta priorità alla ricostruzione dello Stato, delle Forze armate e di sicurezza, dimenticando che in una democrazia bisogna anche dare prospettive di sviluppo economico". "La mia impressione - continua Giorgi - è che il Paese, che all'inizio degli anni Duemila aveva il reddito procapite più basso del mondo dopo quello della Somalia, non abbia goduto di un serio sviluppo economico".

L'Italia, rivendica però l'ambasciatore, "ha fatto molti sforzi in molti ambiti, abbiamo dato un contributo alla ricostruzione della scuola e della sanià, le ong coinvolte sono state molte, non possiamo rimproverarci più di tanto". L'auspicio di Giorgi è che, davanti alle scene di disperazione di questi giorni, "si aiutino gli afghani assicurando loro accoglienza" in Occidente. E soprattutto "mi auguro che nascano iniziative, a cominciare dal nostro Paese, non solo per aiutare, ma per dare un seguito a tutti quello che si è cercato di fare in particolare a favore delle donne e dei bambini".

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