"Li abbattiamo come vitelli": secondini aguzzini a S. M. Capua Vetere

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- (Photo: Ansa)
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“Domate il bestiame”. “Li abbattiamo come vitelli”. “Spero che pigliano tante di quelle mazzate che domani li devo trovà tutti ammalati”. Quando gli inquirenti di Santa Maria Capua Vetere hanno iniziato ad indagare sul presunto pestaggio avvenuto il 6 aprile nel carcere della città campana, hanno sequestrato i cellulari degli agenti che si ritenevano essere coinvolti. E questi sono alcuni dei messaggi che si sono trovati a leggere. Parlavano così, gli agenti di polizia penitenziaria, quando - appena prima del 6 aprile, in seguito a una rivolta dei reclusi che erano in agitazione per le restrizioni dovute al Covid - decidevano di massacrare i detenuti di un intero reparto. Il reparto Nilo. Più di un anno di indagine ci è voluto prima che fossero disposte le misure cautelari. Sono arrivate oggi e sono tante: 52. Otto agenti sono finiti in carcere, 18 agli arresti domiciliari, 3 hanno ricevuto l’obbligo di dimora e 23 non potranno svolgere il loro lavoro per alcuni mesi.

Sono accusati di maltrattamenti e lesioni personali e concorso in torture pluriaggravate. Ma anche di falso in atto pubblico, induzione, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio. Perché, dopo aver massacrato i detenuti, hanno provato a sviare le indagini che - emerge dalle chat - immaginavano sarebbero arrivate a breve. Come? Fotografando nelle celle, quando i reclusi non c’erano, delle spranghe e altri oggetti che avrebbero potuto fungere da armi. Oggetti che non appartenevano ai detenuti. Anche di questo disegno per essere scagionati c’è traccia nelle conversazioni tra agenti.

Ma le tracce più pesanti riguardano i momenti in cui, durante una perquisizione definita “arbitraria”, i detenuti inermi sono stati costretti a subire “violenze, intimidazioni e umiliazioni di indicibili gravità, indegne per un Paese civile”, come scri...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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