L'IA dipinge, scrive sonetti... insomma crea

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Il dibattito resta sempre aperto: le intelligenze artificiali possono sviluppare una coscienza e delle emozioni, oppure, anche nelle loro manifestazioni più umane, sono solo solo il frutto della programmazione? A camminare su questo confine labile e controverso l'arte gioca con le IA. Proprio in questi giorni al MAXXI di Roma sono in mostra le opere vincitrici del premio Re: Humanism, dedicato alle relazioni tra arte contemporanea e intelligenza artificiale. Niente androidi ma lavori che integrano al loro interno algoritmi e sistemi avanzati di machine learning. Vincitori del concorso gli Entangled Others, duo artistico di base a Berlino, con Beneath the Neural Waves 2.0 , che attraverso lo studio della barriera corallina, ricrea un paesaggio sottomarino nel quale convivono specie complesse ricreate con l’utilizzo del deep learning. Un altro esempio è The Moving Bedsheet di Yuguang Zhang: un letto disfatto in cui le lenzuola si muovono in modo impercettibile, riproducendo grazie ai dati forniti dall’artista all’intelligenza artificiale, i movimenti dell’autore durante il sonno. Ma qui si tratta ancora di arte che usa l’IA per attraversare i confini tra le dimensioni.

Un altro paio di maniche è Ai-Da, robot umanoide capace in completa autonomia di dipingere quadri, ritratti e autoritratti, con un suo stile e capacità che si evolvono nel tempo. Oppure pensiamo all’ultimo video musicale dei Duran Duran, che hanno scelto, come autore e regista per il singolo Invisible, Huxley, definito “sognatore artificiale”. Ad Huxley sono state fornite la musica, i testi, una serie di immagini e di informazioni sulla band, e a partire da quelle ha creato, senza intervento umano, un video con lo scopo di convogliare le emozioni suscitate dalla canzone, che unisce gli elementi reali a immagini interamente “sognate” dalla macchina.

Come si distingue un replicante da un essere umano? Secondo Philip Dick, che si chiedeva “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” la differenza sta nella capacità di provare emozioni. Un concetto che verrà rivoluzionato nella sceneggiatura tratta dal libro di Dick, destinata a diventare l’immortale Blade Runner. Qui gli androidi devono essere sottoposti a un complicato test (il Voight Kampff) che analizza le reazioni emotive del soggetto testato e, in base a certi parametri fisici, stabilisce se si trattano di emozioni umane oppure no. Tra il romanzo (1968) e il film (1982) passano quasi quindici anni, anni in cui l’idea che i robot provassero sentimenti era diventata improvvisamente meno surreale. D’altra parte noi esseri umani siamo una specie che tende ad attribuire umanità e sensazioni anche agli elettrodomestici quotidiani. In Giappone, già da qualche anno si prova ad affidare la scrittura di romanzi ai computer, ed esiste anche un concorso letterario aperto a opere miste IA/umane, così come non mancano progetti come PoetiX che, dopo aver nutrito i computer di sonetti shakespeariani, dimostrano come sia possibile generare poesia da una macchina. Almeno per il momento, però, non c’è in vista ancora un Pulitzer per un robot, ma non è escluso che possa accadere. Perché un dato è stato dimostrato: anche se le intelligenze artificiali non possono provare emozioni (finora, verrebbe da dire), si sono dimostrate in grado di farne provare a noi.