Lia Levi, scrittrice novantenne che non smette mai di creare storie

AGI - “Scrivo sempre, mi tengo in vita così”. Scherza ma neanche tanto Lia Levi, 90 anni portati con l'energia di una ragazzina, parlando con l'AGI della sua copiosa produzione letteraria, a cui adesso si aggiungono ‘Per un biglietto del cinema in più' appena sbarcato in libreria per Salani e altri due nuovi romanzi ‘Una ragazza e basta' e ‘Irina da oltre il confine' (titolo provvisorio)  in arrivo rispettivamente il 27 gennaio, Giornata della Memoria e a febbraio, rispettivamente per HarperCollins e Il Battello a vapore.

Il primo sequel di ‘Una bambina e basta' il  romanzo autobiografico d'esordio del '94 in cui la custode letteraria della memoria ebraica raccontava lo scossone  esistenziale subito nella sua infanzia, quando le leggi razziali del '38 si abbatterono sugli ebrei, l'altro una storia che racconta la guerra e le sue ripercussione sui più piccoli, vista attraverso la vicenda di una ragazzina che si rifugia in Italia, dove la nonna lavora come  badante, per salvarsi dal conflitto che sta lacerando il suo paese. Ma del quale sentirà una nostalgia tale da portarla a fuggire.

Si parla invece di crisi economica post-bellica, di voglia di ripartenza ma soprattutto di passioni e amicizia in ‘Per un biglietto del cinema in più', il romanzo appena uscito per Salani. Un libro per ragazzi costruito con il consueto tocco magico della scrittrice,  vincitrice dello Strega giovani nel 2018 che non a caso, racconta Levi  “nella mia produzione dedicata ai ragazzi è quello che è piaciuto di più alla mia cerchia di amici”.

Perché la storia di quei quattro ragazzi poveri del dopoguerra che si fanno guidare dall'amicizia per continuare a sperare  e dal cinema per imparare di nuovo a sognare ha parecchie assonanze con le nostre vite contemporanee animate dalla voglia di uscire dalla tempesta perfetta del mix Covid-guerra-crisi economica, ma alle prese con il carovita e con gli imminenti piani di razionamento energetico. “L'ho scritto in piena pandemia, quando i cinema erano chiusi - spiega  Levi - volevo dare l'idea che ci fosse una luce in fondo al tunnel…”.

La storia è ambientata Roma, città ferita dalla seconda Guerra mondiale ma piena di speranze e di energia. Il dodicenne Federico deve badare allo scatenato fratellino mentre la mamma sarta lavora fuori casa, aspettando il ritorno del marito, prigioniero di guerra. La vita non è facile ma i due bambini iniziano a colorarla di sogni quando scoprono come entrare al cinema senza pagare il biglietto. Lì, al buio, sprofondati nelle poltroncine rosse, si fanno trasportare di volta in volta in meravigliose avventure.

Presto però si accorgono di non essere gli unici clandestini in sala, anche altri due ragazzini, Antonio e Malva, che misteriosamente non esce mai dalla sala (si scoprirà che la ragazzina è ebrea, i suoi genitori sono stati deportati  dai nazisti, e per non finire in un istituto dorme  nello scantinato del cinema) non si perdono neanche un film. I quattro finiranno per allearsi, diventando una squadra di cinefili a sbafo che dopo la proiezione discutono animatamente dei film, e il lieto fine sarà assicurato dall'incontro con uno spettatore speciale, un regista.

Nelle sue pagine dense come sempre di ottimismo Levi, custode letteraria della memoria ebraica, riflette sulle atrocità della guerra, sulla forza dell'amicizia come speranza di pace, ma anche sulla potenza del cinema, con echi di ‘Nuovo cinema Paradiso', il film cult di Tornatore.

Il suo romanzo esce in coincidenza con il Festival del cinema di Venezia e all'apice della crisi che sta uccidendo le sale: “E' tristissimo che tante sale stiano sparendo, la condivisione delle emozioni che ci regalano i film è fondamentale, come il grande schermo, per i ragazzi vedere con gli amici un fantasy in sala è ben diverso rispetto alla tv di casa”,  analizza la scrittrice,  riservando però qualche critica alla produzione italiana contemporanea:  “Si vedono tanti film graziosi, ma sono pochi quelli che ti lasciano davvero qualcosa”.

Il suo film della vita, quello che più l'ha “colpita sul piano emotivo”, racconta è ‘Roma città aperta', il cult di Rossellini: “Ero un'adolescente quando lo vidi la prima volta e pensai che quello che era successo a me poteva diventare romanzo”. Parecchi anni dopo per convincere suo nipote a guardare quel film, ricorda scherzando, “dovetti pagarlo, si rifiutava perché era in bianco e nero”. Quel ragazzino recalcitrante si chiama Simone Calderoni, ora è diventato un ventenne appassionato e studioso di cinema e ha collaborato al libro, come recita la prima pagina. “E'stato lui a darmi l'idea di puntare sul cinema, anche il titolo è suo”.