Libano, militari italiani Unifil: "Assicuriamo la pace in questa stabile instabilità"

(Adnkronos) - (Dall'inviata Silvia Mancinelli) - Mentre in Ucraina si combatte una guerra urlata, tra il frastuono di bombe e missili che piovono su ospedali, teatri e centri abitati, in Libano - dove l’Adnkronos sta seguendo la missione Unifil - il cessate il fuoco sussurra rabbia tra razzi lanciati e spari d’artiglieria rispediti al mittente. Tutti atti dimostrativi senza danni né vittime, che danno però il senso di una pace mai firmata e che si ripetono senza troppo rumore. “E’ come quando finisci di fare il barbecue e sotto al fuoco che credevi spento covano le braci - dice il generale Massimiliano Stecca, comandante del sector west della missione Unifil e, in Italia, della Brigata di Cavalleria ‘Pozzuolo del Friuli’ - nel corso di un punto stampa alla base di Shama - Ti distrai un attimo, ti rilassi, non ci pensi e l’incendio divampa. E’ successo il 25 aprile scorso, che per noi Lagunari è una ricorrenza importantissima, San Marco. Un razzo da una parte, artiglieria dall’altra, finiti entrambi in aperta campagna: per loro, la normalità, per noi un monito a stare sempre pronti, giubbotto antiproiettile ed elmetto a portata di mano”.

E’ un equilibrio fragile, quello sul quale i nostri militari dell’Esercito in missione si muovono per regalare alla nuova generazione un futuro senza corse negli scantinati. Una stabile instabilità, come dicono in base, che si regge lungo una linea armistiziale sottile non più di tre, quattro millimetri sulla mappa ma che, al confine con Israele, è di fatto un muro alto quattro metri con in cima una spettrale rete elettrificata.

E’ la Blue Line, fino a un decennio fa un semplice limite segnato da piloni blu piazzati uno a distanza di un chilometro dall’altro, che oggi in alcune parti precede quel moderno muro di reminiscenza berlinese. Questo cade in mare, e non finisce. “E’ un organismo vivente, che si evolve e pare abbia una vita propria”, la definisce il generale. Semplicemente prosegue su una scia di boe, pure quella oggetto del contendere tra le parti, troppo spostata in su secondo gli uni, troppo acuta, come angolazione, secondo gli altri. (VIDEO)

Al di là di tutto questo, in uno stesso territorio che dall’alto pare alimentato da piogge diverse, rigoglioso uno, brullo e selvaggio l’altro, ci sono il rancore, la finta indifferenza, il non riconoscersi. “I libanesi non nominano mai Israele, la chiamano Palestina occupata - commenta ancora il comandante della Brigata - La loro resilienza è tutta qui, nel vivere una situazione delicata e allo stesso tempo dover pensare a portare il cibo a casa, in uno Stato ormai poverissimo”.

Sì, perché oggi quella terra che una volta si chiamava la Svizzera del Medio Oriente è uno Stato trasfigurato dalla crisi economica, dove i palazzi bui e senza luce, degradati dall’incuria, sono un pugno nello stomaco per le vicinissime hollywoodiane dei libanesi che all’estero ce l’hanno fatta, alcuni sono tra i più ricchi al mondo. La prossima settimana il Libano andrà alle urne, ma nessuno si aspetta che sia la politica a tenere le chiavi della svolta. Le elezioni difficilmente cambieranno qualcosa con l’attuale sistema politico, la percezione che si ha è che si viva una semplice alternanza al potere, non una vera democrazia, che le cariche istituzionali siano già stabilite, a prescindere dall’affluenza delle urne.

Da sedici anni, da quando è partita la missione italiana Leonte, i libanesi non conoscono la guerra. Ed è su di loro, sui ragazzini dai 16 anni in giù, che si punta per un futuro di pace. “I libanesi sono stanchi del permanente stato di guerra, i bambini non l’hanno vissuta. E sono loro la speranza di questo paese” spiega il generale Stecca, rispondendo all’Adnkronos in relazione al rischio che la pace possa svanire una volta finita la missione, come è stato in Afghanistan. Sgretolandosi come una casa costruita con cemento friabile.

“Ci sono i pilastri, i giovani. Quando vado a parlare con i sindaci, specialmente quelli dei villaggi lungo la Blue Line o comunque nella fascia che fu occupata dagli israeliani durante le varie guerre, quasi tutti alla fine della visita mi mostrano un album di foto del loro villaggio dopo l’occupazione, un cumulo di macerie, spesso mi indicano quella che era la loro casa, sotto alla quale sono rimasti una madre, un fratello. Con questa generazione non c’é possibilità che facciano la pace e viceversa".

"Però -osserva- i piccoli di oggi sono nati e cresciuti in un Libano che grazie a Unifil non è più stato invaso, non ha più avuto guerre: è su di loro e per loro che stiamo lavorando. Se ne rendono conto anche i più rancorosi, felici loro per primi che i figli non debbano crescere con la preoccupazione di doversi chiudere in cantina o stare sotto a un tavolo. Loro sono ricettivi, sono fatti come noi. Trovo che questo sia un modello che qui funziona”.

(di Silvia Mancinelli)

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