Libano, sindaco Tiro: "Corruzione ha rovinato il Paese, senza aiuti internazionali non ne usciamo" - Video

(Adnkronos) - (Dall'inviata Silvia Mancinelli) - "La situazione è questa. Ed è grave. Un tempo eravamo la Svizzera del Medio Oriente, oggi la corruzione ci ha portato a una crisi che lascia le famiglie al buio e costringe i giovani più promettenti ad andar via. Basti pensare che qui siamo quattro milioni, all'estero tre volte tanti". Lapidaria, cruda, è l'analisi che fa il sindaco della municipalità di Tiro, Hassan Dabouk, a due settimane dalle elezioni che rinnoveranno la classe politica.

Ai giornalisti che ha riunito nella sala del palazzo della municipalità, racconta senza sconti le condizioni di un popolo stretto tra orgoglio e povertà. "Ogni famiglia spende quasi metà del proprio stipendio per godere di poche ore al giorno di energia elettrica. Nel palazzo della municipalità abbiamo la luce grazie all'opera del contingente italiano - spiega - ma i miei cittadini devono servirsi di generatori privati, cari in termini di bolletta (parliamo di 200 euro al mese) e al pari di inquinamento, considerato che gli stessi generatori sono disposti tra le case. Tiro non fa eccezione, ma tutto il Libano paga il prezzo di un sistema politico sbagliato e da cambiare".

Chiamati alle urne, cosa si aspettano i libanesi? "In realtà - dice - qui al sud non cambierà granché, e la responsabilità è anche degli stessi cittadini che votano sempre le stesse persone, le solite al potere. I gialli da una parte, i verdi dall'altra: non si riescono a superare questi partiti, cui va il merito di esser riusciti a difendere il Libano dai nostri vicini (gli israeliani, ndr). Naturalmente anche il conflitto politico internazionale ha aumentato la crisi libanese".

"L'elettricità statale arriva un'ora al giorno, la luce che abbiamo qui in sala è grazie al contingente italiano. Questo - spiega Dabouk - perché il Libano è lasciato solo anche dai nostri fratelli arabi come i paesi del Golfo che stanno cercando di fare la pace con Israele. Faccio un esempio: potremmo utilizzare l'elettricità della Giordania e il gas dell'Egitto: entrambi però devono necessariamente passare per il territorio siriano. Gli americani e gli altri ce lo impediscono perché sono contro la Siria e ci rimettiamo noi, che restiamo al buio. Allo stesso modo non ci è stato permesso accettare l'offerta degli iraniani, che avrebbero potuto costruire gratuitamente delle grandi centrali elettriche per dare energia a tutto il Libano. Non vogliono che prendiamo aiuti nè dalla Siria nè dall'Iran e intanto paghiamo bollette inarrivabili per la maggior parte della popolazione, costretta di fatto a stare senza energia". Cosa sarà chiamata a fare, dunque, la nuova classe dirigenziale? "È una crisi molto grave, bisogna fare un piano a medio e uno a lungo termine per uscirne, fare tanti sacrifici - risponde il sindaco - e senza aiuti dalla comunità internazionale non se ne esce. Il nuovo governo dovrà lavorare sodo per abbassare i prezzi dei viveri, migliorare la sanità e le scuole".

Negli ultimi 15 anni il ministero dell'energia è in mano al partito del presidente Michel Aoun: hanno fatto solo affari, non hanno lavorato per risolvere il problema dell'energia, ma per guadagnare. Faccio un esempio, hanno acquistato dalla Turchia due navi che producono energia elettrica, pagando 2 miliardi di dollari. Con i soldi di queste due navi che davano energia in Libano per 4 ore al giorno, avrebbero costruito 4 centrali. Ma questo era un affare: è la politica del Libano. Funziona così. Quando si fa una seduta del governo, invece di trovare una soluzione, discutono tra loro e il problema dell'energia non si risolve perché non si mettono d'accordo. Basti pensare che il nostro Paese, che esiste da oltre 5mila anni, non ha un unico libro di storia: ogni comunità ha il suo perché non si mettono d'accordo".

Da qui la diaspora delle nuove generazioni. "I giovani libanesi che studiano se ne vanno all'estero per avere un lavoro e un futuro: abbiamo più connazionali tra Europa, Argentina, Brasile e America sono più di quelli rimasti in Libano - continua il sindaco di Tiro - Ogni anno si laureano 600 medici, come fanno a trovare un lavoro qui? Sono costretti ad andare fuori. Anche nella mia famiglia siamo quattro fratelli, solo io sono qui, gli altri tre sono in America. Così le donne, molte laureate, alla fine scelgono di dedicarsi alla famiglia. E non è una imposizione, è una scelta che spetta solo a loro: mia figlia è un ingegnere civile, ha provato ad essere mamma e a lavorare, salvo cedere poi. Per noi le figlie femmine sono essenziali, teniamo più a loro che ai maschi, tra poco qui comandano loro".

La residenza dell'arcivescovo greco ortodosso sovrastata da una croce si staglia silenziosa davanti alla sede della municipalità, mentre il Corano intonato entra attraverso le finestre delle case aperte a vincere il caldo. Tiro, dove oggi l’Adnkronos ha incontrato il sindaco Hassan Dabouk, è un esempio di pacifica convivenza tra diverse religioni. "Alla fine siamo tutti fratelli, tutti uguali davanti a Dio - afferma nel punto stampa organizzato dal contingente italiano di Unifil nel palazzo del Comune - e preghiamo ognuno alla propria maniera. Personalmente ho sia la Bibbia che il Corano. Tutti i cittadini di Tiro festeggiano insieme le feste cristiane e la fine del Ramadan".

"In Libano viviamo così, in pace con le persone di religione diversa. Tiro è stata distrutta dagli ottomani e ricostruita dopo 400 anni - continua - In quell'epoca sono state realizzate due moschee e sette chiese da un emiro sciita, quattro scuole cristiane e una sciita. I miei figli hanno studiato nelle scuole delle suore. Per questo è molto forte e sentita qui la convivenza". E sulla imminente, seppur ancora non ufficiale, visita del Papa in Libano, dice: "Non vediamo l'ora, speriamo verrà a visitare le grotte di Qana, cosa che fu impedita per ragioni politiche a Giovanni Paolo II".

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