"In Libia puoi essere ucciso per un telefono"

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"In Libia, puoi essere ucciso solo per un telefono". Inizia così il racconto terribile di uno dei 114 naufraghi a bordo della Ocean Viking, ancora in attesa di un porto sicuro di sbarco a una settimana dal loro salvataggio nel Mediterraneo centrale. "La gente veniva di notte con i coltelli e li metteva sul mio corpo così", dice Asante (nome di fantasia), uno dei minori a bordo della nave umanitaria all’equipaggio, facendo il gesto di qualcuno che preme un coltello sulla pancia. "Chiedevano il mio telefono - aggiunge -. Lo usavo solo per chiamare la mia famiglia, ma lo prendevano, ogni volta. Non si dorme mai al sicuro in Libia. E' stato molto difficile. Stare lì non è sicuro".

A bordo della nave umanitaria ci sono donne che viaggiano da sole, due bambini sotto gli otto anni e due neonati come Makbyel che aveva 11 giorni quando è stato salvato e che ha passato quasi metà della sua vita in mare. Dopo il salvataggio, sua madre gli ha dato un secondo nome: ‘Sos’. "A causa di un parto molto difficile in Libia e del pericoloso viaggio affrontato dopo, soffriva molto quando il nostro team medico si è preso cura di lei dopo il salvataggio - spiegano da Sos Mediterranee -. E' estremamente vulnerabile, esausta e ha bisogno di essere curata in un ambiente sicuro, come l’altra neo mamma a bordo, il cui bambino aveva 3 settimane quando è stato salvato dalle squadre della Ocean Viking".

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