Libri: Adelphi porta sugli scaffali 'Un Occidente prigioniero' di Milan Kundera

(Adnkronos) - La sopravvivenza di un popolo dipende dalla forza dei suoi valori culturali. E' la convinzione espressa dallo scrittore Milan Kundera nel suo intervento del giugno del 1967 pronunciato nel corso del IV Congresso dell'Unione degli Scrittori. Un congresso, che si tiene in Cecoslovacchia poco dopo la lettera aperta di Solženicyn sulla censura nell’Urss, in cui l'autore de 'L'insostenibile leggerezza dell'essere' apre i lavori riflettendo sul destino della nazione ceca. Il discorso, 'La letteratura e le piccole nazioni', arriva ora in Italia grazie ad Adelphi che lo pubblica nel volume 'Un occidente prigioniero' in libreria dal 12 maggio. Volume di cui fa anche parte un altro intervento dello scrittore, questa volta esposto nel 1983, 'Un Occidente prigioniero. O la tragedia dell'Europa centrale'.

Kundera, quindi, sostiene nel 1967 che si guarda al destino della giovane nazione ceca, e più in generale delle "piccole nazioni", appare evidente che la sopravvivenza di un popolo dipende dalla forza dei suoi valori culturali. Ciò esige - spiega - il rifiuto di qualsiasi interferenza da parte dei "vandali", gli ideologi del regime. La rottura fra scrittori e potere è consumata, e la Primavera di Praga confermerà sino a che punto la rinascita delle arti, della letteratura, del cinema a­vesse accelerato il disfacimento della struttura poli­tica.

A questo discorso, che segna un’epoca, si ricol­lega un intervento del 1983, destinato a "rimodella­re la mappa mentale dell’Europa" prima del 1989. Con una veemenza che il nitore argomentativo non riesce a occultare, Kundera accusa l’Occidente di ave­re assistito inerte alla sparizione del suo estremo lem­bo, essenziale crogiolo culturale. Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, che all’Europa appartengono a tut­ti gli effetti, e che fra il 1956 e il 1970 hanno dato vita a grandiose rivolte, sorrette dal "connubio di cultura e vita, creazione e popolo", non sono infatti agli oc­chi dell’Occidente che una parte del blocco sovieti­co. Una "visione centroeuropea del mondo", quella qui proposta, che oggi appare ancora più preziosa e illuminante.

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