Libri da studiare/5: "Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell'anno" di Alessandro Gnocchi

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A parte la scoperta di alcune storie che non conoscevo, come quella della “partita più famosa nel mondo della cultura”, lo scontro nella Bassa che ospitava in contemporanea i due set tra la troupe di “Salò e le 120 giornate di Sodoma” e “Novecento” (ribattezzato in quel frangente “Novelento” per via delle sue lungaggini), vinta dai bertolucciani sembra, dice la leggenda, anche grazie alla discesa in campo dell’allora giovanissimo Carletto Ancelotti.

O quella, stupefacente, del boia serbo-bosniaco di Sarajevo e Srebrenica Radovan Karadzic che ai tempi della Jugoslavia unita faceva lo psichiatra della squadra di Sarajevo per “fare gruppo, senza pensare a divisioni etniche”. A parte tutto questo e molto altro, nel libro di Alessandro Gnocchi “Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno” edito da Baldini+Castoldi appare un fantastico elenco delle frasi fatte, degli stereotipi e delle banalità del gergo calcistico che Gnocchi detesta con legittima indignazione (da me condivisa).

Eccone solo una minima parte, per dare il gusto: “il portierone”, “lo specchio della porta”, “la cavalcata sulla fascia”, “il falso nove”, “attacca lo spazio”, “la sventagliata”, “la palla col contagiri”, “la verticalizzazione”, “l’imbucata”, “il fallo da dietro” (che poi..), “lo stop a seguire”, “possesso palla”, “questione di centimetri” (che poi..), “niente coccodrillo”, “cerca l’uno-due”, “macina gioco”, “fa a sportellate”, “la manita”, “lo lascia sul posto”, “la traiettoria velenosa”, “un tiro telefonato”, “essere più cinici”, “tutti sotto la doccia”. C’è anche, per i maniaci: “questa voglio rivederla Fabio”. Che bel gollazzo di libro.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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