I libri del 2019, il meglio di romanzi e racconti dell'anno -3-

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Milano, 19 dic. (askanews) - 'Il cuore non si vede' è l'ultimo romanzo di Chiara Valerio, una di quelle scrittrici (Intellettuali, animatrici culturali, persone, eccetera...) di cui ce ne vorrebbero di più, per il modo in cui pensano la letteratura e per il modo in cui stanno dentro il proprio mondo, che soprattutto in Italia è spesso un mondo piccolo, ma nel quale non mancano le storie e i personaggi più grandi (e mi vengono in mente, così a titolo di esempio, due nomi diversi come quello di Vanni Santoni e quello di Gianluigi Ricuperati oppure quelli di Teresa Ciabatti e di Marco Rossari). Per questo il protagonista del romanzo di Chiara Valerio, Andrea Dileva, quando una mattina si sveglia e scopre di non avere più il cuore è sì uno strumento di un racconto che non può non nascere kafkiano (nel senso di 'ispirato a Kafka', ossia il più grande scrittore realista del Novecento, e non in quello di sola angoscia e oppressione che abbiamo, con troppa superficialità ed errore attribuito all'aggettivo), ma che, da quell'inarrivabile punto di partenza si muove con una brillantezza, una grazia, una vita letteraria che è solo sua, e che ci costringe a ripensare, in termini che ci sono vicini, che sono 'nostri', a che cosa sono le relazioni, a che cosa vogliono dire i sentimenti, al fatto che, Barthes sapeva tutto, il discorso amoroso può procedere solo per frammenti, all'inevitabile constatazione che andando avanti si perdono continuamente dei pezzi. 'Il cuore non si vede' ci parla di dove stiamo noi oggi, di dove non stiamo, e lo fa usando la materia letteraria, avendo il coraggio di pensare i sentimenti con leggerezza, ma anche con serietà, che è esattamente l'opposto della seriosità. Chiara Valerio è una scrittrice che gronda brillantezza da tutti i pori (ci piace pensarla, lei matematica, come una specie di David Foster Wallace nostrana), ma questa brillantezza diventa letteratura, non compiacimento, le sue pagine sono storie imperfette (come tutti gli amori o mancati tali di Andrea) che nel loro essere imperfette hanno la ragion d'essere. Come tutte le cose.

Chiudiamo questo, ovviamente parziale, tragitto nella fiction del 2019 con due uomini, due scrittori con una leggenda intorno. Il primo è William T. Vollmann, forse l'ultimo grande massimalista della letteratura americana (per quanto incasellarlo sia molto complesso e fondamentalmente stupido come tentativo), di cui Minimum Fax sta ripubblicando molti libri, tra questi i racconti di 'Storie della farfalla', che sono una lucida immersione in un mondo di degradazione - uno dei tropi della letteratura di Vollmann - nel quale però lo scrittore semplicemente trova l'umano, come faceva Shakespeare. Ed è un'umanità dolente, certo, ma che riceve la propria giustificazione nella scrittura che la racconta e che con essa ricostruisce qui micromondi infernali - come la Cambogia - dove per ogni eccesso ci può essere una parola.

Il secondo è Kurt Vonnegut, forse il più grande irregolare del Secolo americano, di cui Bompiani ha pubblicato l'enorme raccolta 'Tutti i racconti', andando a colmare un vuoto bibliografico che era quasi assordante. Perché Vonnegut, l'autore di culto di romanzi come 'Mattatoio N.5' che gli ha dato la fama di guru della controcultura, è stato per gran parte della sua vita, forse per tutta la sua vita, anche uno scrittore di racconti per le riviste patinate, perché quello era semplicemente il suo lavoro.(Segue)