Libri: Il sangue delle braccianti in ‘La scimmia e il caporale’

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"Mi alzavo tutti i giorni alle tre, mezz'ora dopo ero già all'angolo della strada , buia, senza nessuna illuminazione, avevo paura ma me la facevo passare". E poi il viaggio, in un pulmino stracolmo, "non sapevamo dove si andava, non ce lo dicevano mai", e le panchine di ferro pesante da scaricare ("L'ingegnere che le ha pensate doveva essere un vigliacco") , e i 'plotoni', ossia "le casse pesanti che si mettono accanto alle bilance", e "le bilance, e i sacchi di cellophane, e i sacchi dei fogli di spugna. Cariche come muli eravamo". Eppure a quel punto la giornata di una bracciante non è ancora cominciata, perché le ore di raccolta della frutta o della verdura sono ancora tutte davanti a lei, scandite da turni massacranti e dallo sfruttamento di chi lucra anche su un po' di acqua da bere. 

Non è la morte di Katherina, giovane immigrata ucraina, la protagonista di 'La scimmia e il caporale", il nuovo romanzo di Caterina Emili (Edizioni e/o, pp. 130, 14 euro). Al cuore di questo racconto in realtà c'è la grande ipocrisia di un mondo che finge di ignorare la fatica, la violenza e la schiavitù che sono dietro i prodotti dei campi acquistati - a prezzi mai così bassi - in negozi e supermercati. 

L'Italia si è dotata di una legge all'avanguardia, che punisce gli sfruttatori, come l'orrido Giuseppe, caporale salentino invaghitosi di Katherina. Ma in realtà le punizioni 'esemplari' non hanno che scalfito un sistema in grado di macinare enormi profitti, privando di ogni tutela gli innocenti che vi finiscono dentro. 

Il romanzo di Caterina Emili non è un pamphlet né un'inchiesta (come quelle che l'autrice ha condotto nei suoi anni di giornalismo militante): utilizza l'arma del racconto per scavare in uno scenario dove gli immigrati - ma anche moltissimi italiani - sono soltanto "mangime per i pesci".  

Al centro della vicenda, ancora una volta, Vittore Guerrieri, che sarebbe sbagliato identificare come investigatore. In fuga dalle responsabilità, Guerrieri si è lasciato alle spalle l'Umbria e - fra un lavoretto e l'altro - punta a godere in apparente distacco il suo 'esilio' assolato e rassicurante nel cuore del Salento. E' uno spettatore posto al centro degli eventi, che raccoglie più verità di quante vorrebbe sentire, ma anche più passioni di quante il suo cuore vorrebbe. Non indaga, non insegue, ascolta le donne che popolano quel mondo (che siano 'zingare' mai dome, come Lota, la moglie di Giuseppe o angeliche slave come Valia) e cerca di non farsi usare, senza mai riuscirci appieno. Perché c'è una tragedia di fondo nella Puglia 'antica' raccontata nei romanzi di Caterina Emili (che come il suo protagonista si muove fra il Salento e l'Umbria) e sfuggirvi è talora impossibile.  

E' un romanzo breve, che ha il suo pregio maggiore nel rifuggire dai barocchismi: anche nel racconto delle sofferenze inflitte alle braccianti Caterina Emili non insegue la descrizione a effetto. Un'eredità positiva frutto dei lunghi anni di giornalismo e della passione per i fatti e le idee più che per gli aggettivi. In fondo, come l'autrice riconosceva in una recente intervista "se hai passato la tua vita a trovare il bandolo di infinite matasse, la tua scrittura, per quanto possa essere complessa e stilisticamente ragionata, resterà sempre un meticciato tra giornalismo e narrazione pura".