Libri: Irti, da Legnini e Piccione via 'politica' per ridare forza a poteri pubblici

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Il passaggio dalla centralità della funzione legislativa, caratterizzata dal rapporto lineare tra legislazione e giurisdizione, all'avvento della tecno economia che non ha bisogno di leggi ma di regole, di cui sono espressione le autorità indipendenti, che trasformano "il rapporto bilaterale leggi-giurisdizione" nel "trilaterale leggi-regole-giurisdizione" . Con la conseguente frammentazione dei poteri e la perdita di fiducia e di certezze. Così nella sua prefazione Natalino Irti, professore emerito dell'Università La Sapienza di Roma e socio nazionale dell'Accademia dei Lincei, definisce il perimetro di quell''età del disincanto' che dà il titolo al libro scritto da Giovanni Legnini e Daniele Piccione, "I poteri pubblici nell'età del disincanto. L'unità perduta tra legislazione, regolazione e giurisdizione". Sono queste le tre parole chiave del problema analizzato da Legnini, ex sottosegretario a Palazzo Chigi e al ministero dell'Economia ed ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, e Piccione, consigliere parlamentare del Senato. Un'analisi che a giudizio di Irti ha come obiettivo quello di riportare al centro la "decisività della politica".  

Lo Stato moderno, spiega Irti nella prefazione, "conosceva solo legislazione e giurisdizione: il 'fare leggi' e 'l'applicare leggi'", in cui il legislatore e il giudice "erano insieme chiamati a edificare l'unità dell'ordinamento". Poi "l'economia si rivelò nella sua propria natura di tecno-economia" che "non ha bisogno di leggi, di norme generali e astratte" ma "piuttosto di regole, di disposizioni concrete e speciali per le singole situazioni di fatto". E' questa, osserva il giurista, l'età del disincanto di cui parlano gli autori che "a ben vedere è l'età di un nuovo 'incantesimo' della volontà umana superba di un potere tecnico che di giorno in giorno si impossessa del mondo".  

"Che ne è della politica, stretta tra potere della tecno-economia, crisi della funzione parlamentare , 'irrompere' di autorità regolatrici'?", si chiede Irti. Il suo auspicio, che è anche la volontà e la speranza degli autori del libro, è la riaffermazione della "decisività dei fini 'politici'", in un'accezione in cui "fine indica il 'verso dove' , la 'causa' per cui ciascuno sceglie di impegnarsi".  

Un impegno a "restituire dignità alla professione delle idee" di fronte a fenomeni che il nostro tempi ci pone di fronte "le pretese della tecnocrazia, impaziente di assumere il potere nel segno della 'neutralità'; i vaticini di economisti, che presumono di vedere il futuro; l'oscura inquietudine ora irosa ora ingenua di folle giovanili, che esigono la netta e salda scelta dei 'fini' e lo sforzo di andare al di là dell'occasionalismo".