Libri, Virman Cusenza riscatta dall'oblio la storia del socialista Enzo Paroli che salvò il fascista Telesio Interlandi

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Un "eroe" da riscoprire, o meglio conoscere, perchè compì un gesto coraggioso nel nascondimento, degno perciò di essere riscattato dall'oblio: è la storia di Enzo Paroli, l'antifascista che salvò il giornalista Telesio Interlandi, il direttore preferito da Benito Mussolini, prima alla guida del quotidiano oltranzista "Il Tevere" e poi della "Difesa della razza", la rivista fondata nel 1938 allo scopo di condurre la campagna antisemita e spianare la strada alle leggi razziali del regime fascista. Il giornalista Virman Cusenza, che ha diretto "Il Mattino" e "Il Messaggero", ora consulente di Fremantle per l'attualità, si è assunto questo compito con il saggio "Giocatori d'azzardo", pubblicato da Mondadori nella prestigiosa collana 'Le Scie'.

La storia dell'avvocato Enzo Paroli, l'antifascista che salvò il giornalista di Mussolini, catturò l'interesse di Leonardo Sciascia (1921-1989) negli ultimi anni della sua vita: l'autore di "Il giorno della civetta" alla "fraternità umana" di Paroli e al suo gesto "eroico" voleva dedicare un libro. Un'impresa che è stata portata a compimento da Cusenza, raccontando la vicenda ignorata per decenni grazie a un'ampia ricerca d'archivio e documenti inediti.

"Ancora oggi, in un Paese che non ha fatto fino in fondo i conti con la propria storia, la figura di questo avvocato merita di essere sottratta all'oblio", sottolinea Virman Cusenza nella premessa che apre il suo libro.

Nella Brescia del novembre 1945 l'avvocato Enzo Paroli, socialista e antifascista, incontra nell'affollato carcere di Canton Mombello il detenuto Telesio Interlandi, accusato di "collaborazionismo" con l'invasore nazista, il giornalista che per l'intero Ventennio fascista era stato il ventriloquo di Mussolini, seguendolo anche nell'epilogo della Repubblica di Salò. Stanco, provato, Interlandi era terrorizzato all'idea di affrontare in un'aula di tribunale la responsabilità di essere stato uno dei simboli del regime fascista.

Paroli apparve incerto, consapevole del rischio e dell'azzardo che comportava assumere la difesa di un fascista nient'affatto pentito, di un giornalista che sul razzismo aveva costruito la propria fortuna non soltanto economica, di un intellettuale 'scomodo', spesso inviso ai gerarchi del partito ma sempre protetto e generosamente finanziato da Mussolini. Eppure, alla fine, Paroli accettò la missione. Anzi, approfittando dell'inspiegabile quanto rocambolesca scarcerazione del prigioniero, decise di nasconderlo insieme alla sua famiglia nella propria abitazione per oltre otto mesi, fino all'archiviazione del caso.

Che cosa spinse uno stimato avvocato a mettere a repentaglio la propria carriera per sottrarre un latitante alla giustizia? Che cosa vide in quell'uomo braccato dalle sue stesse colpe? Uno sconfitto, certo, un vinto che si ritrovò dalla parte sbagliata della Storia, ma che proprio per questo meritava di essere difeso, e magari salvato dalle raffiche di mitra di qualche improvvisato giustiziere. Ispirato da un sentimento di pietas, il gesto di Paroli -nella ricostruzione di Cusenza - appare un atto di umanità, di solidarietà che scardina le linee divisorie, le cortine di ferro e i muri, anche se nulla ha a che fare con il perdono.

Per Virman Cusenza in quell'autunno del 1945 avvenne un incontro raro, di quelli che cambiano la vita. Lo stimato avvocato figlio d'arte, Enzo Paroli avrebbe tutti i requisiti per l'aureola che gli faciliterebbe l'ascesa nel nuovo ordine delle cose dopo la Liberazione, ma preferisce vivere sul filo del pericolo, narra Cusenza. Alterna sprazzi di vita normale nello studio legale a fughe d'amore clandestine con la sorella del peggior squadrista della zona. Ma il suo vero segreto sono le quotidiane incursioni nello scantinato che ha adibito a rifugio, salvando l'appestato numero uno del momento: il superlatitante Interlandi e la sua famiglia.

Questa storia fu scoperta da Leonardo Sciascia, che ne voleva fare uno dei suoi fulminanti lavori in cui Storia e racconto si intrecciano, fino a diventare inestricabili e inseparabili l'una dall’altro. Ma la malattia glielo ha impedito. Cusenza ha avuto accesso alla cartella del grande scrittore che ormai trentatré anni fa era andata lievitando grazie agli apporti che, una volta trapelata la notizia, gli piovvero da più parti, chiesti o non richiesti che fossero. "È la fedeltà al nocciolo di quella storia, a quel motore etico che lo aveva spinto a tentare l'avventura, che mi ha sostenuto in questo lavoro. 'Eroico', per dirla con Sciascia, il gesto di Paroli", scrive Cusenza. "Altrettanto 'eversivo' quello dello scrittore siciliano di provare a raccontarlo. Mia la consapevolezza che soltanto la scoperta dei documenti originali e inediti, nonché l'accesso a un racconto diretto, e non filtrato da testimoni interessati, potessero restituire autenticità a fatti che la nostra memoria riesce a classificare solo in bianco e nero".

Nel libro "Giocatori d'azzardo" compaiono per la prima volta - spiega l'autore - le carte che raccontano, ancor più che la vicenda dei due protagonisti, uno spaccato di storia italiana negli anni cruciali della guerra civile. Ci aiutano a capire perché un coraggioso avvocato, che nasce da un padre fondatore del Partito socialista e di cui condivide la fede antifascista, fino ad andare in galera al suo posto, decida di assumere la difesa di un noto direttore che ha orchestrato la propaganda antisemita del regime e, con i suoi giornali, ne è stato la falange più avanzata. Fino a risultare inviso perfino ai gerarchi. Disponiamo oggi di qualche tassello di verità in più per capire che cosa può averlo convinto a nascondere il fuggiasco, addirittura in casa propria per otto mesi e mezzo (con moglie e figlio), per evitargli un processo con probabile sentenza di morte o una sventagliata di mitra per strada: al punto di correre personalmente il rischio di finire in galera, perdere la professione se non la stessa vita davanti a una più che possibile rappresaglia per mano di zelantissimi giustizieri del momento. Difficile da capire, a distanza di oltre settant'anni, se ci atteniamo al comportamento più consueto tra gli uomini. E il tempo trascorso non fa che amplificare l'eccezionalità del gesto compiuto in quel contesto".

A parere di Virman Cusenza in questa vicenda "assistiamo al trionfo di un atto che ci appare, ancora oggi, del tutto libero e perciò fuori dal comune. Non solo il gesto compiuto dall'avvocato Enzo Paroli è complicato da capire, se non facendo uno sforzo di immedesimazione che ai più riesce arduo. Ma è anche eccezionale rispetto all'assai ricorrente 'senso di giustizia' cavalcato opportunisticamente nel corso dei secoli".

"Si tratta di quel ribaltamento grazie al quale si compie un balzo che produce effetti miracolosi per chi se ne faccia protagonista. Soccorro il vincitore scaricando il vinto di ieri e assolvo così la mia coscienza, acquisendo meriti spendibili davanti alla comunità che me li riconosce volentieri, pur di liberarsi essa stessa da scomodi sensi di colpa - annota Cusenza - Che cosa c'è di meglio di questa scorciatoia per voltare comodamente e salvificamente pagina? Paroli sceglie la strada opposta: più impervia e niente affatto redditizia. Ed è per questa ragione che il suo gesto ne fa ancora oggi un uomo da sottrarre all'oblio".

(di Paolo Martini)

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