Libro rivela, Pence fermato da Dan Quayle su stop a vittoria Biden

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"Dimentica tutto, non puoi farlo, lascia stare". Sono state queste parole di uno dei vicepresidenti meno 'apprezzati' della recente storia americana, Dan Quayle, ad avere forse convinto Mike Pence a non cedere in uno dei momenti più critici della democrazia Usa. E' un'altra delle rivelazioni che emergono da 'Peril' il libro che Bob Woodward e Robert Costa hanno dedicato alle convulse settimane dopo le elezioni presidenziali di novembre 2020.

Prima di diventare - nel fatidico 6 gennaio, giorno dell'attacco al Campidoglio - il bersaglio di Donald Trump e dei suoi sostenitori, l'allora vicepresidente avrebbe in effetti valutato la possibilità di assecondare la richiesta del suo 'boss' di stoppare il processo di proclamazione ufficiale della vittoria di Joe Biden. A fermarlo, l'opposizione decisa di un suo predecessore, il 74enne Quayle, che aveva occupato la stessa posizione nella presidenza di George Bush senior.

Originario dell'Indiana e repubblicano come Pence, Quayle - famoso per le sue gaffes - è tuttavia uscito da tempo dall'arena politica anche se evidentemente in un momento di crisi il numero due di Trump ritenne opportuno affidarsi al suo giudizio. Il presidente contava su Pence affinché stoppasse il processo di proclamazione ed affidasse la decisione finale alla Camera Usa dove - ricorrendo al 12mo emendamento della Costituzione Usa - il voto finale sarebbe stato affidato ai singoli stati (a maggioranza repubblicana) anziche' ai deputati (a maggioranza democratica).

La telefonata di Pence raggiunse Quayle a fine dicembre in Arizona: e nel racconto di Woodward e Costa l'ex vicepresidente si mostra deciso nel contestare le presunte basi legali di uno stop alla proclamazione ufficiale, con una inedita decisione sulla Casa Bianca affidata al Congresso. "E' quello che sto davvero cercando di dire a Trump - si sfoga Pence - Ma lui pensa che si possa fare e anche altra gente dice che io ho questo potere".

"Non ce l'hai, basta" lo interruppe Quayle, ignorando le esitazioni di Pence. "Non sai in che posizione mi trovo" confessò quest'ultimo al suo predecessore, accettando comunque di opporsi alle manovre di Trump.

L'assalto del 6 gennaio trasformò Pence in uno degli 'eroi' della resistenza alle manovre dell'allora inquilino della Casa Bianca, ma la telefonata a Quayle apre una nuova visione sul suo atteggiamento, evidenziando come nei giorni precedente il vice di Trump avesse realmente valutato la possibilità di assecondarlo. E questa rivelazione, già rilanciata con toni critici da stampa e tv americane, rischia di riscrivere in parte il giudizio sull'uomo che, comunque, ha 'salvato' la democrazia Usa.

Una revisione di giudizio che - in direzione opposta - potrebbe avvenire anche per Quayle: fino a ieri il suo posto nella storia americana era affidato all'incredibile gaffe del giugno 1992 in cui - davanti alle tv di tutto il mondo - 'corresse' un bambino di 12 anni che aveva scritto sulla lavagna la parola 'potato', invitandolo ad aggiungere alla fine una (inesistente) 'e'. Da oggi invece - parola della Cnn - l'ex vicepresidente di Bush senior è 'l'uomo che ha salvato la democrazia' Usa.

Un capovolgimento di prospettiva impensato per il 74enne politico repubblicano che nel 1988 balzò all'attenzione per essere finito - fra la sorpresa generale - nel ticket con George Bush senior nelle vittoriose elezioni di novembre 1988, sconfiggendo i democratici Michael Dukakis e Lloyd Bentsen. Una esperienza alla Casa Bianca non memorabile, secondo gli storici ('potatoe' a parte), per il giovane repubblicano dall'aspetto sempre giovanile, ricordato anche per avere attaccato una popolare serie tv come 'Murphy Brown' lamentando il fatto che raccontasse la storia di una donna che aveva deciso di avere un figlio e di crescerlo senza un padre.

Sul fronte politico Quayle era un conservatore e in politica estera un 'falco' che - in occasione della prima Guerra del Golfo - provò a convincere Bush ad estendere le operazioni militari in tutto l'Iraq, portando l'attacco alla capitale Baghdad. Famoso per le gaffes (come quando descrisse l'Olocausto 'un periodo osceno della storia della nostra nazione', per poi correggersi immediatamente) Quayle fu confermato da Bush nel ticket per le elezioni del 1992, vinte però da Clinton e Gore. Di lui negli anni successivi si ricorda solo nel 1996 un libro di memorie 'Standing Firm' e la candidatura repubblicana alla presidenza nel 2000, da cui però si ritirò subito per sostenere George W. Bush. Quindi pressoché il silenzio, fino alla decisiva opposizione a Mike Pence.

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